sabato 16 febbraio 2019

La colossale fake news accademica proviene da Harvard: il debito frena la crescita!


E’ il nuovo tormentone, l’ultima trovata – in realtà per niente originale – per far fronte all’irrompere dei populismi e sovranismi, tanto temuti dall’attuale e tenace compagine di potere: l’apologia della “competenza”. Per salvare il sistema da temibili e minacciosi sovvertimenti occorre che il potere consultivo e decisionale su ogni ambito della vita individuale e collettiva venga demandato a una cerchia ben selezionata di “competenti”. Ma chi sono questi individui eletti? In teoria, persone la cui elevata conoscenza tecnica in materie specifiche li eleva a massimi esperti, e dunque portatori indiscussi di verità assolute e inconfutabili, sottratte a ogni critica. In pratica, gli stessi che hanno già ricoperto ruoli di prestigio in istituzioni che ci hanno governato finora, con i risultati – più o meno disastrosi – che sono sotto gli occhi di tutti. Il concetto di competenza, tanto in voga tra gli economisti, perde così ogni riferimento alla misurazione dei risultati raggiunti dalle azioni e dagli strumenti messi in atto: l’efficacia delle politiche adottate non ha alcuna rilevanza. Ciò che conta è la legittimità delle azioni e degli attori, l’autorevolezza che gli viene tributata da enti e istituzioni universalmente riconosciuti.
Secondo un meccanismo autoreferenziale e capace di autoriprodurre il proprio pensiero senza interruzione critica, nell’ambito della ricerca scientifica vengono premiati e incentivati coloro che sono in grado di portare prove a sostegno di un modello universalmente riconosciuto. Una sorta di esaltazione della “mediocrità”, dove per mediocre intendiamo quell’individuo che annulla il proprio spirito critico, in virtù di un’adesione e un sostegno preconcetti a un modello già esistente. In un simile contesto, il lavoro di analisi e confutazione di teorie già esistenti e acclamate viene scoraggiato e marginalizzato. Pensiamo al clamoroso errore nel 2010 di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, due docenti della prestigiosa Università di Harvard e con ruoli nel Fmi, che con la loro pubblicazione “Growth in a Time of Debt”, forniscono la prova “scientifica” che qualora il debito pubblico di una nazione raggiunga la soglia del 90% del Pil diventerebbe un ostacolo insuperabile alla crescita.
Il paper diventa la Bibbia dei paladini dell’austerity: quel 90% fornisce una cifra precisa, capace di esercitare quella fascinazione sull’opinione pubblica che la “scienza esatta” è in grado di suscitare. Tre anni dopo accade che dei professori dell’università di Amherst affidano a uno studente il compito di scegliere una ricerca e replicarne il risultato. La scelta del giovane Herndon ricade proprio sull’osannato paper di Reinhart e Rogoff e l’esito della sua analisi è sconvolgente: lo studio è compromesso da gravi problemi metodologici e addirittura da un banale errore nel foglio Excel, alcuni calcoli sono sbagliati e viene omesso di includere tra le nazioni esaminate tre casi rilevanti. Gli stessi economisti di Harvard sono costretti a riconoscere l’errore, sebbene cercando di sminuirne la portata. Ma la credenza che l’aumento del debito pubblico sia dannoso alla crescita non solo non viene scalfita, ma anzi si rafforza e le politiche dell’austerity continuano a seminare sempre più vittime, in Europa come nel resto del mondo.
Intanto Reinhart e Rogoff hanno continuato a essere protetti dalla loro aura sacrale conferitagli dalla “competenza”, sono stati insigniti di importanti premi e riconoscimenti, e a collaborare con organizzazioni che esercitano la governance mondiale. Gli errori sono umani e non si possono certo stigmatizzare due economisti che sicuramente hanno dedicato la loro vita agli studi, ma di ridimensionare il potere assoluto e dispotico della scienza, di riportarla al suo ruolo di strumento funzionale al benessere e allo sviluppo umano.

Ilaria Bifarini, economista e bocconiana redenta
dal blog della Bifarini del 4 febbraio 2019

Ripreso da Libre Idee

venerdì 8 febbraio 2019

Con la globalizzazione, i politici li fabbrica tutti il potere


E se fosse soltanto l’ennesima, colossale presa in giro? Tutto finto: Grillo e i 5 Stelle, il sovranista Salvini, persino i Gilet Gialli che stanno scuotendo la Francia di Macron. Ragionamento ipotetico: dato che il potere è ben consapevole del malcontento montante, ormai in vastissimi strati della società, non è forse logico concludere che sia interessato a cavalcarlo, il dissenso, magari scegliendo accuratamente “ribelli” rumorosi ma in fondo innocui? Pensateci: e se fosse stato davvero il potere supremo, massonico e religioso, a mettere in campo l’attuale populismo, prima che la protesta potesse sfociare in una vera rottura del sistema? L’autore di questa suggestione è Fausto Carotenuto, a lungo analista strategico dell’intelligence Nato. Per molti anni, si è occupato proprio di questo: consigliare i governi su come gestire le crisi e fabbricare il consenso. La sa lunga, Carotenuto, in fatto di manipolazione: “fake news”, terrorismo “false flag”, tecniche collaudate di condizionamento. Sa come si pilotano i sentimenti delle masse, grazie al vecchio trucco che funziona sempre: l’Uomo Nero. Il nemico è perfetto, per indurre il popolo a sbagliare mira: ci si divide, ci si odia. E si spara contro bersagli di cartone. Finita la bagarre, tutto torna come prima. Il Gattopardo: cambiare tutto, per non cambiare niente. E il sistema, il potere vero, resta al riparo della sua torre.
Elucubrazione virtuale, teorica. Nel saggio “Il mistero della situazione internazionale”, pubblicato anni fa da UnoEditori, Carotenuto ripropone il medesimo schematismo a livello generale, geopolitico, introducendo la categoria della metafisica: tutto quello che appare assurdo e incomprensibile (un “mistero”, appunto), avrebbe in realtà una precisa spiegazione sul terreno – sfuggente – della spiritualità. Carotenuto ridisegna il mondo secondo lo schema binario delle piramidi di potere, nere e bianche. E sostiene che le cosiddette “forze oscure”, in realtà, lavorano anch’esse – ruvidamente – per un risultato che poi non è negativo: proprio la manifestazione del male, reso visibile attraverso le atrocità della storia e dell’attualità, finisce in un ultima analisi per risvegliare l’umanità dal letargo. Non è pessimista, Carotenuto: è convinto che almeno il 30% della popolazione mondiale si stia finalmente accorgendo del grande inganno cui sarebbe sottoposta, dai “poteri oscuri”. Tradurre questa visione nella cronaca politica di oggi comporta un bel salto. Ma Carotenuto, animatore del network “Coscienze in Rete”, lo affronta senza imbarazzi ai microfoni di “Border Nights”: niente di nuovo sotto il sole, dice. Anche l’Italia gialloverde fa parte di un gioco antichissimo, destinato purtroppo a funzionare. Scontato l’esito: il cambiamento sarà solo un’illusione.
A innescare questa conclusione è il desolante spettacolo del governo italiano, che (come volevasi dimostrare) non riesce a mantenere nessuna delle sue grandi promesse elettorali. Lega e 5 Stelle hanno già sgonfiato la roboante “rivoluzione” che avevano evocato: obbediscono a Big Pharma sui vaccini, cedono all’Ue su tutta la linea, lasciano impallidire il reddito di cittadinanza. Ancora: la Lega si dimentica di abolire la legge Fornero sulle pensioni, e in più si allinea all’antica cordata affaristica dell’inutile Tav Torino-Lione. Ve ne stupite? Non dovreste, dice Carotenuto: tutto va esattamente nel modo previsto fin dall’inizio. Previsto da chi? Elementare: dal potere, lo stesso che ha messo in piedi questo sovranismo populista tutto chiacchiere e distintivo, fatto di fumo senza arrosto. Il che, peraltro – ammette Carotenuto – non esclude affatto che gli attuali governanti siano meno peggiori dei precedenti: qua e là lo si vede, il loro sforzo sincero per migliorare la situazione. Ma sono soltanto briciole: quelle che il potere stesso è disposto a concedere, per rendere credibile l’operazione agli occhi degli italiani. L’importante è che gli elettori non scarichino Salvini e Di Maio – non ancora, per lo meno, perché in questo momento “servono” a tener buono un paese come il nostro, il cui vero risveglio politico sarebbe comunque temuto.
Da un lato, gli impeccabili attori Merkel e Macron – burattini perfetti, in questo teatro – mettono in scena l’odioso copione centralista del Sacro Romano Impero. Dall’altro, in modo opposto ma simmetrico, speculare – l’opposizione è incarnata a livello di piazza dai Gilet Gialli, e a livello istituzionale dai nuovi politici italiani: il piccolo sceriffo Salvini e un movimento d’opinione nato dal nulla, sul web, per iniziativa dell’ex comico Beppe Grillo. Ve lo ricordate, il vecchio Beppe, prima che venisse cacciato dalla Rai per quella battutaccia sui socialisti ladri? Era un artista onesto, affabile, di medio profilo. Poi, risentitosi per l’ingiustizia subita, si è trasformato di colpo. All’improvviso, è diventato un pensatore politico acuminato e stranamente informatissimo, un vero fuoriclasse della controinformazione. Passo seguente: la creazione del partito (pardon, movimento). Infine: l’ascesa fulminea dei pentastellati, ora al governo. Ha fatto tutto da solo, il vecchio Beppe? Suvvia. Basta vedere il sequel: il suo pupillo Di Maio è in ritirata su tutta la linea, ogni fronte veramente pericoloso per il potere è stato smantellato. E l’ideologo ormai si limita a fare il filosofo, dal suo buen retiro genovese, in apparenza lontano da tutto. In quanti ci sono cascati? In tantissimi: un elettore su tre, stando alle ultime consultazioni.
Molto rumore per nulla? Praticamente, sì. O quasi: perché, comunque – secondo Carotenuto – il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Ovvero: anche la più amara disillusione può dare frutti, insegnando ai cittadini a diffidare di chi promette regali favolosi. Meglio delegare il meno possibile, non scommettere sulle dinamiche verticali su cui si fonda la rappresentanza, nel gioco democratico. E imparare a investire in modo orizzontale nella partecipazione diretta e concreta, che poi è quella che qualsiasi potente teme di più. Chiusa la parentesi politica, Carotenuto torna spiritualista: se ci supportassimo a vicenda in modo solidale, dice, la piramide perderebbe. Se il sistema è basato sullo sfruttamento delle persone, ha bisogno che gli individui siano soli, divisi e spaventati, pieni di rancore. Volemose bene? Non è una battuta, insiste Carotenuto: è un metodo. L’attuale potere, configurato in forma di dominio (“per stare meglio, ho bisogno che gli altri stiano peggio”) sa benissimo come funziona, lo schema: e se l’Uomo Nero sparisce, è finita. Se smettessimo di odiare il nemico di turno, non potremmo più esseremanipolati così facilmente. Non ce ne rendiamo conto? Vero. I “poteri oscuri”, invece, lo sanno fin troppo bene. Per questo ci fabbricano incessantemente sia i “nemici”, come Merkel e Macron, che gli “amici” come Grillo e Salvini.
Troppo manicheo, l’ineffabile Carotenuto? Troppo semplicistico, nel suo riduzionismo estremo? L’alternativa che propone – costruire reti territoriali di persone leali tra loro – non prevede esiti immediati, a livello di macrocosmo. Però, sostiene, sortisce effetti vistosi e molto solidi, nel raggio d’azione alla portata dei singoli. Prendiamo la bistrattata valle di Susa: proprio grazie alla grande paura del Tav ha sviluppato un modello sociale diverso, più attento all’umanità quotidiana. Le persone hanno riscoperto valori essenziali, che erano stati trascurati. In questo senso, l’ipotetica “piramide nera” lavora per noi, a sua insaputa: si impegna a fare disastri, ma poi finisce per farci del bene, suo malgrado. Le tesi di Carotenuto? Pensieri lunghi, da prendere per quello che sono: un invito a riflettere, a non agire sotto l’impulso di pressioni emotive sapientemente costruite secondo modalità invariabili, sempre uguali. Il risultato potrebbe essere la raffinazione della capacità di analisi. Un nuovo modo di guardare alle cose, cercando di capire – prima e meglio – di che pasta è fatto chi abbiamo di fronte, sul palcoscenico non esattamente entusiasmante della politica italiana. Se non altro, fornisce una possibile risposta alla domanda che resta sempre in sospeso: com’è possibile che tutti i politici, una volta al governo (in Italia e altrove) finiscano sempre per deludere, tradendo la fiducia ottenuta dagli elettori?

Fonte: LibreIdee

domenica 20 gennaio 2019

Contro le menzogne di Bruxelles, tutta la verità sul debito pubblico italiano

Ilaria Bifarini

Spread e debito pubblico: fanno ormai parte delle nostre vite, ne sentiamo parlare continuamente, ossessivamente, tanto da preoccuparcene più della disoccupazione giovanile a livelli inverosimili e di una mancata crescita che ormai ci sta traghettando dalla crisi alla recessione. Eppure l’opinione pubblica ha talmente interiorizzato la narrazione mercato-centrica del mainstream che non sembra credere ad altro: siamo stati spendaccioni e irresponsabili (Pigs) e dobbiamo dunque espiare le nostre colpe con una giusta dose di rigore e disciplina. Dunque l’austerity è la giusta – nonché unica – strada da percorrere, così come vuole l’approccio dogmatico del modello economico neoliberista, il tatcheriano Tina, “there is no alternative”. Abbiamo un debito pubblico intorno al 130% del Pil, secondo in Ue solo a quello della Grecia, per cui meritiamo la condizione di sorvegliati speciali di Bruxelles e di essere dunque defraudati di una nostra politica fiscale autonoma (di quella monetaria siamo già stati privati). È la strada indicata dalla “virtuosa” Germania, esempio di disciplina e rispetto delle regole per noi italiani, così dissoluti e un anche un po’ scostumati. Ma quando si è creato il fardello del debito pubblico italiano? Tutto parte nel 1981, in cui accade un evento epocale, che fa da spartiacque nella storia della sovranità economica italiana: il famoso divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro.
Con un atto quasi univoco, cioè una semplice missiva all’allora governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, Andreatta mette fine alla possibilità del governo di finanziare monetariamente il proprio disavanzo. Rimuovendo l’obbligo allora vigente da parte di Palazzo Koch di acquistare i titoli di Stato emessi sul mercato primario, la Banca d’Italia dismette il ruolo di prestatrice di ultima istanza. D’ora in poi, per finanziare la propria spesa pubblica, l’Italia deve attingere ai mercati finanziari privati, con la conseguente esplosione dei tassi d’interesse rispetto a quelli garantiti in precedenza. Ma non solo: viene rivisto il meccanismo di collocamento dei titoli di Stato, introducendo il cosiddetto “prezzo marginale d’asta”, che consente agli operatori finanziari di aggiudicarsi i titoli al prezzo più basso tra quelli offerti e, quindi, al tasso di interesse più alto. Ad esempio, se durante un’emissione di 50 miliardi di Btp, 40 vengono aggiudicati a un rendimento del 3%, mentre il restante al 5%, alla fine tutti i 50 miliardi saranno aggiudicati al 5%! Gli effetti sono tanto disastrosi quanto immediati: l’ammontare di debito, che nel 1981 era intorno al 58,5%, dopo soli tre anni raddoppia e nel 1994 arriva al 121% del Pil.
Come riportato dallo stesso Andreatta alcuni anni dopo, questo stravolgimento strutturale era necessario per salvaguardare i rapporti tra Unione Europea e Italia, e per consentire al nostro paese di aderire allo Sme, ossia l’accordo precursore del sistema euro. Quando l’Italia fa il suo ingresso nell’euro non risponde ai parametri del debito pubblico richiesti da Maastricht, ma l’interesse politico e l’artefatto entusiasmo generale per la sua partecipazione hanno la meglio. Sarà la crisi del 2008 a far emergere tutti i limiti e la fallimentarietà di un’area valutaria non ottimale e insostenibile come l’Eurozona: l’Italia, come altri paesi, senza la possibilità di ricorrere alla svalutazione del cambio, non riesce a recuperare terreno. Il debito pubblico, che finora era rientrato in una fase discendente, passa dal 102,4% al 131,8% del 2017. Una crescita notevole, ma di gran lunga ridimensionata se paragonata all’incremento del debito pubblico di altri paesi dell’area euro, come Spagna, Portogallo e la stessa Francia.
Nello stesso arco temporale, infatti, Madrid ha visto il suo debito pubblico schizzare dal 38,5% al 98,3%, il che significa un tasso incrementale di circa il 150%! La crisi non ha risparmiato neanche il vicino Portogallo, che è arrivato lo scorso anno a un livello del debito molto vicino al nostro (125,7%), partendo da un “contenuto” 71,7% del 2008. Eppure i due paesi iberici hanno sforato ripetute volte il famigerato vincolo del 3% – parametro tanto assiomatico quanto infondato – permettendo così all’economia di tornare a crescere, a differenza di quella italiana che si è incamminata nel percorso distruttivo dell’austerity. Situazione analoga per la Francia, con un valore del debito pubblico allo scoppiare della crisi inferiore del 70% e che oggi si aggira intorno al 100%, ma senza che ciò le abbia impedito di aumentare la spesa pubblica e il deficit di bilancio, assicurando in questo modo la crescita del Pil.
Dunque, sintetizzando, il nostro famigerato debito pubblico è sì più elevato, ma è partito da una situazione di evidente svantaggio, ed è cresciuto in termini percentuali del tutto in linea con l’andamento degli altri paesi dell’euro a seguito della crisi; anzi, anche meno di altri, come abbiamo visto, e aggravato dalle politiche di austerity, i cui effetti deprimenti sull’economia sono conclamati. Rimane il problema dei tassi d’interesse (da cui il famigerato spread), da noi più elevati che altrove, proprio a causa delle modalità dei meccanismi di collocamento dei titoli di Stato introdotte a seguito dell’epocale divorzio tra i due istituti finanziari italiani. È stato stimato che in trent’anni abbiamo pagato la colossale cifra di 3mila miliardi di interessi sul debito pubblico! In queste circostanze a nulla valgono gli sforzi fiscali dell’Italia, che registra da quasi trent’anni avanzo primario, ossia quella situazione, del tutto antisociale, per cui lo Stato incassa più di quanto spende, esclusi gli interessi sul debito pubblico. Per onorare il costo del debito, ossia quell’assurda creazione del denaro dal denaro, vengono sottratte risorse finanziarie per servizi pubblici e sostegno alla popolazione in difficoltà. Dunque, una redistribuzione al contrario, dai cittadini ai mercati finanziari. Il tempo delle riforme è ormai improcrastinabile.

Ilaria Bifarini, “Tutta la verità sul debito pubblico, contro le menzogne di Bruxelles”, da “Il Primato Nazionale” del 10 gennaio 2019

Testo e foto tratti da Idee Libre

giovedì 10 gennaio 2019

Scriviamo cose sui social prima ancora di pensare. Socrate l'aveva predetto millenni fa



In un articolo apparso di recente sul New York Times, Bret Stephens trova la prima fonte che parla dei social – Facebook in testa – nella Storia occidentale. E la trova in una cosa scritta (o meglio detta, è importante) circa 24 secoli fa. Nel Fedro di Platone, Socrate discute con l’amico che dà titolo all’opera a proposito dell’invenzione della scrittura, fatta risalire al dio egizio Theuth. Il dio – già inventore dell’aritmetica e della geometria, dell’astronomia e dei dadi, visita il re Tamo annunciandogli che ha inventato la scrittura. Ci farà diventare persone migliori, sostiene Theuth; ricorderemo le cose meglio e saremo dunque più saggi. Il re risponde secco che non sarà mai l’inventore a poter giudicare la propria invenzione e prevederne gli effetti, e che la scrittura, anziché farci divenire più saggi, ci darà l’illusione di una conoscenza apparente ma non vera, trasformandoci così in finti sapienti, a nostra volta diffusori di finta sapienza attraverso la parola scritta.
Vi ricorda qualcosa? Facebook! Descritto da Socrate nel 370 a.C., più o meno. Il tema del rapporto tra cosa scritta e contesto è rimasto sempre al centro del dibattito filosofico. Oggi il contesto è diventato il messaggio, si sa, e il tempo di fruizione, permanenza e reazione al messaggio tende a zero. E a sua volta il contesto istantaneo è esondato dai social per approdare alle colonne dei giornali, alla Tv, alle chat di Whatsapp, a ogni mezzo di comunicazione. Oramai la reazione si misura in millisecondi. Leggiamo e rispondiamo, quasi con un istinto pavloviano, alimentato dalle microscariche endorfiniche che riceviamo ogni volta che lo smartphone fa dlin. Socrate, come sempre, aveva ragione.
Il recente picco della dinamica “scrivo una cazzata – chiedo scusa – ne scrivo un’altra” è stato, oltre che fonte di preoccupazione e di grasse risate, illuminante. Non ho tempo per capire che esito avranno le mie parole scritte (e in quanto tali inchiodate a me come Cristo alla croce) e se l’esito non è la scarica di endorfine dei like, presto, si corre a scusarsi. Che lo si faccia dalla prima pagina di un quotidiano, o in un video poco importa, il contesto rimane quello: l’infosfera digitale che tutto accoglie, assorbe e moltiplica. La questione non cambia anche se si usa il mezzo video per essere più efficaci ed emozionali; nel video si parla, il messaggio è meno parziale, nel bene e nel male, ma sempre testo è. Può convincere in quanto percepito come autentico o far ridere da quanto è pretestuoso e opportunista. Più efficace, più rischioso ancora ma pur sempre testo slegato dalla presenza. Parole scolpite nella pietra, parte della valanga di pietre che ci rotolano addosso ogni giorno.
Viviamo la sindrome della “single story”; dell’unica (istantanea) versione dei fatti. In un celebre intervento ai TED Talks, la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie racconta della sua infanzia: leggeva libri anglosassoni e quindi le prime storie che ha scritto riguardavano uomini bianchi che bevevano ginger beer – lei nemmeno sapeva cosa fosse la ginger beer. Aveva una single story su cosa fosse la letteratura: aveva a che fare con uomini bianchi. Un ragazzo che li aiutava in famiglia viene definito dalla madre della futura scrittrice come “poverissimo”; quando poi fanno visita alla sua famiglia, la piccola è stupita dal fatto che la madre del ragazzo abbia per loro in dono una magnifica cesta: ma come, non erano poverissimi? Perché ci fanno un regalo? Arrivata in America, la sua roommate all’università era stupita che sapesse parlare inglese (in Nigeria è la lingua ufficiale) che ascoltasse Mariah Carey e non dei canti tribali ecc. La roommate sveva una sua single story dell’Africa, un misto di pietismo, accoglienza liberal e sproporzionata manifestazione di apertura mentale.
Se non vogliamo fare incazzare definitivamente il saggio re egizio Tamo, dovremmo ricominciare a fare una cosa: pensare prima di scrivere.

E adesso insultatemi pure, tanto al massimo chiedo scusa.
Massimo Coppola


sabato 3 novembre 2018

“…E ALLORA IL PD…?” CHE BANALE TORMENTONE! MA LE ELEZIONI LE HA VINTE LA “LISTA CHE CON C’È”




E’ un tormentone che non reggo più: se non condividi questo governo sei per forza del Pd.
Non mi risulta che TUTTI gli italiani abbiamo votato Pd o M5S o Lega o altre liste presenti nella tornata elettorale. Mi pare, osservando bene, che il vero "partito" di maggioranza sia rappresentato da quelli che non si sono recati alle urne.
Varrebbe la pena di chiedersi le ragioni di questo "non voto", anziché cantilenare in continuazione "...e allora il Pd?"
Costoro non hanno votato il Pd, ma nemmeno i 5 Stelle o la Lega o qualunque altro partito.
Immaginando che "La lista che non c'è", chiamiamolo così il "partito del non voto", sia un normale partito presente con la sua lista, applicando la legge elettorale, avrebbe la maggioranza assoluta in parlamento (vi sembra poco?), senza bisogno di operare discutibili alleanze che portano poi al pentimento di numerosi elettori per averli votati.
"La lista che non c'è" è, indiscutibilmente, il più grande partito italiano (non ci piove), ma nessuno ne rileva l’evidente pericolo, limitandosi al tormentone "...e allora il Pd?"
Ricordo che in illo tempore, alcuni decenni fa, quando si verificò un astensionismo intorno al 10%, considerato gravissimo e pericoloso dai politici di allora, i partiti tutti tremarono e cominciarono a chiedersi come recuperare quegli elettori dissidenti, che rappresentavano il segnale dell’avvento di una politica extraparlamentare incontrollabile dall'alto.
Qui, invece, nessuno si pone il problema: gli basta la poltrona occupata e il relativo congruo emolumento mensile, il resto non conta (è questa la vera manifesta cretineria politica). E non mi riferisco a un partito o a una coalizione in particolare, ma a tutti coloro che siedono in parlamento e quando aprono bocca dimostrano d'ignorare persino la Costituzione e la Legge dello Stato, inventandosela a proprio favore, di volta in volta, a seconda della propria convenienza del momento. L’impressione percepita dal Popolo della ragione è che, in Italia, chi non ha arte né parte possa scegliere se fare il calciatore o il politico. In entrambi i casi, le entrate sono da favola.
Allora, cambiamolo il tormentone ("...e allora il Pd?") e sostituiamolo con un altro molto più realistico ed efficace per sintetizzare la grave situazione in cui stiamo affogando: "Basta con i poteri sovranazionali che gestiscono sommersamente la politica e operano perché in parlamento entri solo gente al loro servizio".
E' questo, in sintesi, il sano messaggio della "Lista che non c'è". Altro che Pd ed altri partiti e movimenti mangiasoldi!
Nino Caliendo

lunedì 20 agosto 2018

Chi ha regalato l'Italia al massocapitalismo straniero e italiano, autostrade incluse?


Partiamo dall’inizio. 
Perché una società strategica per gli italiani, con un fatturato annuo di oltre 6 miliardi di euro e introiti certi – che sono aumentati vertiginosamente negli anni, come era prevedibile, – è stata ceduta a imprenditori privati? Facciamo un passo indietro: è il 1992; il cartello finanziario internazionale mette gli occhi e le mani sul nostro Paese, con la complicità e la sudditanza di una nuova classe politica imposta dal cartello stesso. Il suo compito è quello di cedere le banche e i gioielli di Stato italiani ai potentati finanziari internazionali, anche attraverso il filtro di imprenditori nostrani. 
E’ l’anno della riunione sul Britannia, quando il Gotha della finanza internazionale attracca a Civitavecchia con lo yacht della Corona inglese. Sono venuti a ridisegnare il capitalismo in Italia a danno degli italiani, a fare incetta delle nostre migliori aziende e ad arruolare quelli che saranno i loro fedeli servitori al governo del Paese, a cui garantiranno incarichi di prestigio: il maggior beneficiario sarà Mario Draghi, ma tra i più benemeriti sono Prodi, Andreatta, Ciampi, Amato, D’Alema. I primi tre erano già entrati a pieno titolo nel Club Bilderberg, nella Commissione Trilaterale e in altre organizzazioni del capitalismo speculativo angloamericano, che aveva deciso di attaccare e conquistare il nostro Paese con l’appoggio di banche d’affari come la Goldman Sachs, che favorirà gli incredibili scatti di carriera dei suoi ex dipendenti: Prodi e Draghi prima, Mario Monti dopo.
E’ l’anno in cui, in soli 7 giorni, cambiano il sistema monetario italiano, che viene sottratto dal controllo del governo e messo nelle mani della finanza speculativa. Per farlo, vengono privatizzati gli istituti di credito e gli enti pubblici, compresi quelli azionisti della Banca d’Italia. E' l’anno in cui viene impedito al Ministero del Tesoro di concordare con la Banca d’Italia il tasso ufficiale di sconto (costo del denaro alla sua emissione), che viene quindi ceduto a privati. E’ l’anno della firma del Trattato di Maastricht e l’adesione ai vincoli europei. In pratica, è l’anno in cui un manipolo di uomini, palesemente al servizio del cartello finanziario internazionale, ha ceduto ogni nostra sovranità. 
Bisognava passare alle aziende di Stato: l’attacco speculativo di Soros, che aveva deprezzato la lira di quasi il 30%, permetteva l’acquisto dei nostri gioielli di Stato a prezzi di saldo e, così, arrivarono gli avvoltoi. La maggior parte delle nostre aziende statali strategiche passò in mano straniera o comunque fu privatizzata. Ma la cosa più eclatante fu che l’Iri (istituto di ricostruzione industriale) che nella pancia alla fine degli anni ’80 aveva circa 1.000 società, fiore all’occhiello del nostro Paese, fu smembrato e svenduto, sotto la presidenza di Prodi (dal 1982 al 1989 e durante un periodo tra il 1993 ed il 1994), poi premiato dal cartello che favorì la sua ascesa alla presidenza del Consiglio in Italia e poi alla Commissione Europea.
A sostituirlo come presidente del Consiglio in Italia e a continuare il suo lavoro di smembramento delle aziende di Stato, ci penserà Massimo D’Alema, che nel 1999 favorirà la cessione, tra le altre, di Autostrade per l’Italia e Autogrill alla famiglia Benetton, che di fatto hanno, così, assunto il monopolio assoluto nel settore del pedaggio e della ristorazione autostradale. 
Un’operazione che farà perdere allo Stato italiano miliardi di fatturato ogni anno. Le carte ci dicono che in quegli anni il presidente dell’Iri era tale Gian Maria Gros-Pietro. Lo conoscevate? Io credo di no. Invece, il cartello finanziario speculativo lo conosceva bene e nel 2001 lo convocò alla riunione del Bilderberg in Svezia, indovinate insieme a chi? Insieme a Mario Draghi e ad un certo Mario Monti. Entrambi saranno ampiamente ripagati dal cartello stesso, che in futuro riuscì a piazzare Draghi alla Banca d’Italia e poi alla Bce e Mario Monti dalla Goldman Sachs alla Commissione Europea e poi a capo del governo (non eletto) in Italia. E che cosa ne è stato di Gian Maria Gros-Pietro? Qui viene il bello. E arriviamo al tema di questo post.
Gian Maria Gros-Pietro, che già nel fatidico 1992 era presidente della commissione per le strategie industriali nelle privatizzazioni del ministero dell’industria, nel 1994 diviene membro della commissione per le privatizzazioni – istituita indovinate da chi? Da Mario Draghi. Ora capite come lavora il cartello finanziario-speculativo per mettere tentacoli ovunque e per far sì che ci sia sempre un proprio esponente nei ruoli-chiave. 
Ma non finisce qui. Come abbiamo visto, nel 1997 Gros-Pietro è presidente dell’Iri mentre viene organizzata la cessione a prezzi di saldo di Autostrade per l’Italia, che avverrà nel 1999 col passaggio al Gruppo Atlantia Spa, controllato da Edizione srl, la holding di famiglia dei Benetton. Gros-Pietro firma la cessione, la famiglia Benetton gli strizza l’occhio. Cosa voleva dire metaforicamente quella strizzatina d’occhio? Ora immaginate l’inimmaginabile. Cosa accade nel 2002? Gian Maria Gros-Pietro, dopo aver gestito la privatizzazione dell’Eni, andrà a presiedere per quasi 10 anni indovinate che cosa? Proprio la Atlantia Spa, la società alla quale solo tre anni prima, come dipendente pubblico, aveva svenduto la gestione dei servizi autostradali italiani. Le jeux sont fait.
A questo punto proviamo a leggere i termini del contratto di concessione della rete autostradale. Mi dispiace, cari amici. Non si può. Sono stati coperti da segreto di Stato, manco si trattasse di una riservatissima operazione militare. Ma com’è stato svolto in questi anni il servizio di manutenzione ordinaria da parte dei concessionari di Autostrade per l’Italia? La macabra risposta è descritta nei tragici eventi di Genova, e non solo. Leggendo quanto emerge dalla relazione annuale (2017) sull’attività del settore autostradale in concessione pubblicata sul sito del ministero dei trasporti, si evince una crescita esponenziale del fatturato (quasi 7 miliardi) e dei pedaggi. In calo solo gli investimenti (calati addirittura del 20%) e la spesa per manutenzioni in controtendenza, rispetto alla logica che dovrebbe prevedere un aumento dei costi della manutenzione contestualmente all’aumento del traffico. Ma la sicurezza degli automobilisti è stata messa in secondo piano rispetto alla massimizzazione dei profitti, già di per sé abnormi.
E com’è andata invece con gli interventi straordinari ad opera dei ministeri preposti? Non c’erano soldi da destinare ad interventi straordinari, seppur richiesti dagli esperti, a causa dei vincoli di bilancio da rispettare e imposti dal pareggio di bilancio. Quali vincoli? Quelli europei. E da chi sono stati imposti questi vincoli? dal Trattato di Maastricht del 1992, da quello di Lisbona del 2007 e dal pareggio di bilancio in Costituzione del 2011. E chi li ha voluti? Indovinate? Nell’ordine: Romano Prodi, Massimo D’Alema e Mario Monti, con l’appoggio esterno di Mario Draghi. Ma non erano quelli che insieme partecipavano alle organizzazioni del cartello finanziario speculativo che voleva far crollare il nostro paese? Esattamente. Il cerchio si chiude. Solidarietà alle vittime di Genova, per il crollo del ponte autostradale. Solidarietà agli italiani per il crollo annunciato e pianificato del loro paese.

(“Giornalista d’inchiesta svela importanti retroscena su Autostrade per l’Italia”, dal blog di Marco Della Luna del 18 agosto 2018. Parte del testo è tratta dal libro-inchiesta “La Matrix Europea”, di Francesco Amodeo. Avvocato e saggista, Della Luna attribuisce il testo della ricostruzione giornalistica a Maurizio Blondet, per anni inviato di “Oggi”, “Il Giornale” e “Avvenire”)
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venerdì 20 luglio 2018

Vitalizi e pensioni d’oro: trappole, per poi tosare i pensionati italiani


L’attacco a vitalizi parlamentari e “pensioni d’oro” è solo la premessa della rapina del secolo in funzione schiettamente antipopolare: il vero obiettivo è ridurre tutte le pensioni. Lo sostiene Aldo Giannuli, che considera ingiusta (e finanziariamente irrilevante) la campagna scatenata da Roberto Fico contro i vitalizi, e pericolosa la battaglia – sempre dei 5 Stelle – contro le pensioni più ricche. «E’ del tutto comprensibile la tentazione di molti di approvare la norma contro i vitalizi dei parlamentari», premette il politologo, nel suo blog. «Sappiamo tutti che, sul piano economico, la manovra (con i pretesi 40 milioni di risparmio) è semplicemente ininfluente, ma il vero effetto è quello di punire la classe politica strappandole un privilegio deciso in altri tempi». Quei vitalizi, ricorda Giannuli, stabilivano un trattamento ingiustamente preferenziale verso i politici, le cui indennità non erano tassabili, ma erano pensionabili. Poi le cose sono cambiate un po’ alla volta, ma molti degli attuali vitalizi nacquero sotto la stella del privilegio di casta. «Questo è vero, come è vero che la classe politica merita d’essere bastonata per il mono indecente con cui ha gestito la cosa pubblica». E questo spiega la simpatia che la misura riscuote presso il grande pubblico, così come la riscuote anche l’altra manovra in preparazione: quella sulle “pensioni d’oro”, cioè dai 5.000 euro in su. «Ma si tratta di due polpette avvelenate, che dobbiamo rimandare indietro».
Sono ormai diversi anni, scrive Giannuli, che alcuni economisti – ovviamente di fede neoliberista – sostengono che, per riequilibrare i bilanci dello Stato, occorra fare tagli in particolare alla spesa pensionistica. Dicono anche che, per fare ciò, non basti ridurre la retribuzione di chi andrà in pensione, ma occorra ridurre l’importo di chi è già in pensione. «In particolare, c’è chi sostiene che si debba ricalcolare sulla base del metodo contributivo le pensioni di quelli che hanno una pensione calcolata sulla base del vecchio sistema retributivo. In soldoni: ridurre le pensioni di un buon 15% (altro che superare la Fornero!). Ma sulla strada di questo simpatico progettino – aggiunge Giannuli – c’è un fastidioso principio giuridico che si chiama “diritti acquisiti” (lo stesso contro cui andò a schiantarsi Renzi con la sentenza della Corte Costituzionale del gennaio 2015, relatrice Silvana Sciarra)». D’altro canto, prosegue l’analista, «in un paese giuridicamente civile, questo è un principio inderogabile: ve lo immaginate uno Stato che prima concede una amnistia penale o un condono fiscale tombale e poi ci ripensa?». Inoltre, aggiunge, le pensioni “d’oro” sono tali perché vengono da retribuzioni molto alte, su cui sono state operate trattenute proporzionali che oggi producono quel reddito di quiescenza.
«Forse quelle retribuzioni erano ingiustamente alte, ma ora non ci si può fare nulla», conclude Giannuli: «La pensione è salario differito, che prosegue sulla base del trattamento concordato quando l’interessato era in servizio e non è oggi rinegoziabile». Peraltro questo accanimento «sarebbe oggi perdente» anche a voler forzare questo principio fondamentale di diritto con una forte campagna d’opinione, «perché provocherebbe la rivolta di buona parte dei pensionati e metterebbe in allarme anche altre categorie». Se però «aizziamo la gente contro la classe politica (con la questione dei vitalizi)», allora «la cosa diventa molto più fattibile», dunque pericolosa: perché poi, «una volta fatto saltare per loro il principio dei diritti acquisiti, questo non esisterà più per gli altri e si passerà al secondo tempo: le “pensioni d’oro”». Stesso schema: aizzando l’opinione pubblica contro i “ricchi” (che però sarebbero risarciti abbondantemente dalla Flat Tax), si finirebbe col dire che anche una pensione da 4.000 euro, in tempi di sacrifici, è una pensione “d’oro”, e poi una di 3.000, e così via. Passo finale: «Portare tutti a regime contributivo», tosando la totalità delle pensioni italiane (e calpestando – a partire dalla guerra ai vitalizi – il principio giuridico dei diritti acquisiti).

martedì 10 luglio 2018

I tormentoni degli asinelli dell'estate 2018 nel segno della bufala: buonismo, comunista antiquato, maglietta rossa con Rolex, demagogia, kasta ladra


Una riunione tra intellettuali

Il progetto studiato a tavolino, oltre vent’anni fa, di metodica “somarizzazione” delle masse, sta raggiungendo il massimo raccolto dei frutti che erano stati prefissati. La cosa che mi meraviglia è, tra le altre, la "grave" mancanza tormentonica della parola “reazionario”. Ma forse non viene utilizzata nel tormentone odierno perché il suo significato è troppo complesso e abbisognerebbe della stesura di un profilo psicologico e storico dell’interlocutore per poterla accompagnare. Difficile per le menti poco eccelse!
L’apice prefissato ormai è raggiunto. Le ideologie sono tutte completamente archiviate e chi ancora si permette di utilizzare la parola “marxismo”, o fare il nome di Gramsci o del Che, viene accusato di dietrologia o, quantomeno, da qualcuno più educato, di essere nostalgico. “Nostalgico” di cosa? Della giustizia sociale che oggi è in fase funeraria? Della Democrazia garantita ad alta voce dalla Costituzione?


Intellettuali in libertà
Cinismo, individualismo, vanagloria e presunzione sono i nuovi valori del Terzo Millennio.
Ovviamente, nei vari tormentoni, mai sento nominare Keynes, ma si andrebbe troppo nella cultura del difficile: eppure, noi lavoratori e pensionati di oggi, negli anni ’70/’80, ci siamo ritrovati felici nel portafogli, grazie alla politica economica keynesiana che, sia pure di concezione liberista, garantiva in ogni situazione il potere d’acquisto del salario. Felici erano anche il mercato che cresceva e le imprese, che vedevano crescere la produzione, creando continuamente nuovi posti di lavoro (solidi e a tempo indeterminato, grazie alle garanzie della Legge n. 300/70, conquistata con le lotte sessantottine). Felici erano i pensionati che riuscivano ad arrivare alla fine del mese: si andava in pensione con il retributivo pieno, ricordatela in futuro questa parola (retributivo), cambiata dalla Fornero in “contributivo”, oggi sotto osservazione per peggiorarla dagli attuali governanti, nonostante gli show di attacco alla Fornero.
Ma tanto, i somari che ne capiscono? C'è il migrante da odiare e il reddito di cittadinanza per realizzare il sogno di non lavorare vita natural durante con il sussidio di Stato.
Su una parola, però, condivido il tormentone: demagogia. Mi rivolgo, ovviamente, a coloro che sanno effettivamente cosa essa significhi.
Infatti, è demagogico concedere il diritto al voto a coloro che, somarizzati scientificamente, non hanno mai letto e studiata la Costituzione italiana, che mai hanno aperto un libro (o un sito) di “Storia delle dottrine politiche”, che non sanno che la politica è una branca della filosofia e non un’accozzaglia di altri somari che s’insediano in Parlamento grazie al voto di un corpo elettorale ancora più somaro.
Oggi, chi sa rispondere a queste domande?
1) Premesso che qualunque legge elettorale che prevede diversamente è da considerarsi incostituzionale, perché la Costituzione prevede esclusivamente il proporzionale secco come sistema elettorale?
2) Per quale motivo i Padri Costituenti decisero che la Camera dei Deputati doveva essere composta da 630 unità e il Senato da 315 e perché oggi, a garanzia di democrazia, andrebbero aumentati e non diminuiti?
3) Quanto prende di stipendio netto e lordo (intendo in busta paga, non i rimborsi spese ed altre voci che sicuramente vanno riviste o cancellate) un parlamentare?
4) Nella storia delle Repubblica Italiana, quanti e quali politici hanno rinunciato ai loro diritti economici e di carica senza farne pubblicità e senza tenere spettacolari conferenze stampa in proposito?


Il gregge
Chi è a conoscenza che i vitalizi sono già stati sensibilmente tagliati per legge nel 2012?
Chi è a conoscenza che, dall’inizio di quest’anno, gli sbarchi di migranti hanno avuto una flessione del 77%, ma ancora qualcuno cavalca l’onda dell’invasione in mancanza di altri argomenti elettorali che siano fondati sul benessere dei cittadini e non sulla creazione dell’odio verso il prossimo?
Chi è a conoscenza che il “Reddito di cittadinanza” potrebbe partire da subito, in buona parte finanziato dalla Ue, la quale però ha posto come giusta condizione la riforma del Collocamento, che deve effettivamente attivarsi per procurare lavoro, perché tale reddito non deve diventare, appunto, un sussidio di Stato per chi non ha voglia di lavorare, ma solo un sussidio per mantenersi nel periodo di stallo in attesa di una nuova occupazione lavorativa?
Chi è a conoscenza che, grazie proprio agli immigrati, si stanno pagando i costi dei nuovi arrivi (peraltro, in buona parte finanziati dall’Ue) ed anche molte pensioni e ammortizzatori sociali agli italiani?
Ci raccontano che gli immigrati costano troppo all'Italia? Falso. Detratti i costi e benefici che ricevono, quelli occupati e quelli non occupati, i "nuovi italiani" portano in dote alle casse dello Stato un bel gruzzolo: un miliardo e mezzo di euro netti l'anno, per la precisione. È quanto emerge dall’ultimo Dossier Statistico. Ma i somari credono al loro parente che vola!
Un’ultima domanda. Apprendendo che oggi siamo vittime della lotta egemonica di due poteri mafio/massonici contrapposti, quello finanziario e quello imprenditoriale, credete davvero che nella politica italiana sia permesso l’ingresso di persone talmente colte e preparate, oltre che intelligenti, in grado di contrapporsi a favore del Popolo a tali poteri, creando così una terza e massiccia forza egemonica popolare?
Se la vostra risposta è “sì”, alzate gli occhi al cielo e guardate bene: l’asino vola!

Nino Caliendo

Le illustrazioni sono state reperite sul web in forma libera, quindi, in mancanza di annotazioni diverse, ritenute di pubblico dominio

giovedì 7 giugno 2018

Il Debito Pubblico non esiste: anzi l’Italia è in credito di oltre 1.000 miliardi di euro



Facendo due conti molto semplici, potremmo accorgerci di un’anomalia piuttosto bizzarra nel computo del famigerato debito pubblico italiano.
La cosa richiede una certa concentrazione e la ferrea volontà di capire a fondo cosa diavolo sia questo ”debito”, che tutti abbiamo sul groppone, che nessuno di noi ha mai contratto, ma che dobbiamo, per misteriosi motivi, ripagare interamente con le nostre tasche e con il nostro lavoro.
Il debito pubblico non è una cosa da poco, in quanto è la causa principale del costante aumento della pressione fiscale nel nostro Paese. Persino nel 2014, anno della ”finta ripresina” con i bluff economici del governo Renzi, le tasse sono aumentate comunque dello 0,2%, arrivando alla soglia record imbattuta del 44%, senza contare le tasse indirette come l’IVA, le accise sui carburanti o le imposte sui beni come il bollo auto, l’IMU, il canone RAI etc,  che fanno schizzare il totale dei balzelli da pagare allo Stato a ben oltre il 68% del proprio guadagno.
Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire cos’è il debito pubblico e perché aumenta sempre. Come funziona, economicamente parlando, una Nazione o un Gruppo di Nazioni?
Immaginate, per semplicità, che una Nazione sia rappresentabile come una piramide divisa in tre fasce: la punta, in alto, è il Governo. La fascia centrale sono gli ”statali”, ovvero tutti quei soggetti che vengono pagati direttamente dal Governo, mentre la terza fascia (la base della piramide) sono i privati cittadini, le aziende private, i negozi, i commercianti etc.
Il denaro ”filtra” dall’alto verso il basso, per poi tornare in cima attraverso le tasse. In altre parole, i soldi, all’interno di una Nazione (o di un gruppo di Nazioni) devono circolare, ovvero devono partire dal punto ”A”, girare di tasca in tasca, stimolando la produzione di beni e servizi, e ritornare poi nel punto ”A” per ricominciare il giro.
Il punto ”A” è il posto dove il denaro viene creato dal nulla, oppure riciclato dalle tasse, per essere reimmesso in circolazione: esso prende comunemente il nome di ”Banca Centrale”. In uno Stato ”normale”, la Banca Centrale dovrebbe essere di proprietà dei cittadini, ovvero statale.
Facciamo un semplice esempio pratico: al Governo Italiano servono 1.000 euro per pagare gli statali. Si fa quindi ”prestare” i 1.000 euro dalla Banca Centrale e li immette nel sistema pagando insegnanti, impiegati, medici etc.
Gli statali spenderanno, successivamente, quei 1.000 euro acquistando beni e servizi dalla base della piramide, cioè dai privati cittadini, che sono gli unici soggetti in grado di creare ricchezza vera nel Paese. Faranno la spesa, andranno dal barbiere, si compreranno da vestire etc. Così facendo, però, la massa monetaria totale circolante della base (cioè dei privati) aumenterà di 1.000 euro generando un rischio di inflazione. Il governo interverrà quindi con le tasse, recuperando dai privati, l’anno successivo, quei 1.000 euro immessi nel sistema e restituendoli alla Banca Centrale, annullando così di fatto il debito contratto l’anno prima. E, a questo punto, il ciclo può ricominciare e la Banca Centrale può riprestare i soldi al Governo!
Semplice, no? Ma, c’è un “ma” (anzi, due) grandi come una casa che rovinano di fatto questo efficiente meccanismo di creazione/sparizione del denaro: gli interessi sull’emissione di nuova moneta e la proprietà della Banca Centrale.
Nella realtà, infatti, la Banca Centrale non è di proprietà dei cittadini, ma è di fatto un ente privato, di proprietà del sistema bancario, con diverse quote (preferiamo non scendere nei dettagli per non creare confusione).
Cosa accade quindi, veramente, quando un Governo ha bisogno di soldi per pagare gli statali?
Attenzione perché l’imbroglio è tutto qui ed è anche molto semplice da capire, se spiegato bene. 
Quando il Governo italiano ha bisogno di denaro per pagare i servizi statali, deve rivolgersi al sistema bancario privato e farseli prestare, non potendo esso crearsi il denaro da solo, in quanto ha ceduto (senza il consenso dei cittadini) la facoltà di battere moneta alla BCE e, quindi, al sistema bancario privato europeo a cui la BCE appartiene. 
Il problema sono gli interessi sul prestito, che non dovrebbero esistere, perché matematicamente impagabili.
Facciamo l’esempio di prima, riveduto e corretto, con ciò che accade realmente oggi.
L’Italia ha bisogno di 1.000 euro per pagare gli statali. Chiede, quindi, un prestito ad una banca privata, che glielo concede con un 5% di interessi. Il Governo prende i 1.000 euro e paga gli statali, i quali spendono il denaro presso i privati, facendo aumentare la massa monetaria dei privati di 1.000 euro.
L’anno dopo, però, il Governo si trova di fronte ad un problemino matematicamente irrisolvibile: non deve restituire 1.000 euro, ma 1.050, ovvero i 1.000 che si è fatto prestare l’anno prima + i 50 di interessi.
Quei 50 euro in più, però, non esistono, perché non sono mai stati creati! Se ricordi bene, la banca che ha prestato allo Stato i 1.000 euro ne ha creati (stampati) solo 1.000 ed il Governo italiano non può battere moneta, non può creare quei 50 euro in più, perché ha ceduto la propria sovranità monetaria. 
Cosa fare allora? Le soluzioni sono solamente 2!
1) Se lo stato ha un’economia avviata, come l’aveva l’Italia fino a qualche anno fa, può andare a prendere quei 50 euro dalle tasche dei privati cittadini aumentando le tasse ed impoverendoli un po’. Infatti, nei numeri, lo Stato ha immesso 1.000 euro nel sistema e ne ha prelevati 1050. Il debito viene saldato, ma la massa monetaria totale circolante cala (lo Stato ha dovuto togliere 50 euro in più dalla massa di denaro circolante). In pratica, lo Stato si è impoverito di 50 euro
2) Se le tasse sono già elevate, il Governo può farsi prestare dal sistema bancario privato nuovo denaro (carico anch’esso di interessi che non esistono materialmente) per pagare gli interessi dell’anno precedente ed aumentando così il debito pubblico.
Insomma, per farla breve, se all’atto dell’emissione di nuova moneta essa viene prestata ad uno Stato con degli interessi allegati, quello Stato sarà costretto ad aumentare le tasse o ad aumentare il debito pubblico. Non se ne scappa. E’ matematico!
L’interesse sull’emissione di moneta è il male assoluto della nostra economia! 
Esso non è indispensabile, anzi non serve proprio a nulla. E’ dannoso e mette le Nazioni in ginocchio di fronte al sistema bancario perché, ovviamente, sono indebitate e impossibilitate a saldare il tutto. Ecco che le banche possono dettar legge sugli Stati schiavi, di fatto, di un debito artificiale, ottenuto anche grazie all’aiuto di un Governo complice che non si sogna nemmeno di mettere in discussione il sistema.
L’Italia ha pagato, dal 1980 ad oggi, oltre 3.000 miliardi di euro di soli interessi. Il Debito Pubblico italiano è di 2.000 miliardi. 
Se iniziassimo a considerare illegali gli interessi sull’emissione di nuova moneta (semplicemente perché impagabili, frutto di un’evidente truffa volta a rendere uno Stato insolvente e, quindi, ricattabile), ci accorgeremmo che non solo abbiamo già pagato tutto il nostro debito, ma che siamo addirittura a credito di 1.000 miliardi nei confronti del sistema bancario privato.
Basterebbe un semplice cambio di paradigma, guardando la cosa dal lato giusto! 
Se non hai afferrato il concetto, ascoltati questo breve video di Salvo Mandarà, che spiega esattamente quello che abbiamo scritto qui sopra, ma con altre parole.

 E guarda anche quest'altro video.

Articolo ripreso da: Complottisti