domenica 2 novembre 2014

Massacro sociale: i nazisti erano meno subdoli

Quattro milioni e 68.250 persone, in Italia, costrette a chiedere aiuto per mangiare nel 2013, con un aumento del 10% cento sull’anno precedente. Lo ha calcolato la Coldiretti, sulla base della relazione che riguarda il “Piano di distribuzione degli alimenti agli indigenti” realizzato dall’Agea, l’agenzia per le erogazioni in agricoltura, in riferimento ai dati Istat sulle famiglie senza redditi da lavoro. Numero approssimato per difetto: tiene conto soltanto di chi ha chiesto aiuto attraverso canali più o meno ufficiali, trascurando chi si è rivolto a famiglie, genitori e amici. «Se mettessimo in fila quelle persone, dando a ciascuna soltanto mezzo metro di spazio, si formerebbe una fila che parte da Reggio Calabria e finisce a Bruxelles», scrive “Come Don Chisciotte”. Bruxelles, cioè la città «in cui ha sede il meccanismo di dominazione tirannica basato sullo smantellamento delle istituzioni democratiche e sull’impoverimento generalizzato che si definisce Unione Europea».
«Facciamo ora uno sforzo più grande, e immaginiamo di prendere non solo gli italiani che grazie ai destini magnifici e progressivi dell’Europa reale hanno dovuto calpestare la propria dignità per avere un piatto di minestra, ma quelli di tutti i paesi che aderiscono all’Ue, ridotti in miseria dalla moneta unica. A quel punto – continua il blog – il continente che un tempo possedeva il più avanzato e inclusivo sistema di welfare, e per questo era universalmente stimato e rispettato come quello in cui la sua civiltà millenaria si esprimeva al livello più alto, si vedrebbe attraversato in ogni direzione da file di diseredati, lunghe migliaia e migliaia di chilometri». Se i progetti grandiosi della Ue, come i cosiddetti corridoi ferroviari trans-europei ad alta velocità che avrebbero dovuto attraversare il continente sono rimasti in gran parte sulla sulla carta, in compenso «l’Europa reale ha realizzato file ancora più lunghe di poveri, disoccupati e affamati». Statistica: «Solo la più sanguinosa delle guerre, quella combattuta dal 1939 al 1945, è stata capace di produrre qualcosa di simile. Malgrado le armi convenzionali non siano finora entrate in gioco, le conseguenze della moneta unica sono di entità simile a quelle proprie di un evento bellico di tale portata».
Come ormai sostengono diverse fonti autorevoli, negli Stati che dovrebbero essere affratellati dai trattati di unione si sta effettivamente combattendo una guerra, anche se non con i mezzi corazzati, ma con gli strumenti della finanza. «Che sono forse più micidiali, essendo capaci di produrre danni ancora maggiori». Tutto questo per che cosa? «Per dare soddisfazione alla patologia di accumulazione compulsiva di un branco di oligarchi, e il doveroso compenso ai politici non eletti da nessuno al loro servizio», e anche «per il prestigio politico da essi speso nella realizzazione del più micidiale strumento di devastazione sociale e istituzionale oggi conosciuto, quello che risponde al nome di Euro». Di fronte a un disastro simile, «causato deliberatamente», il capo del terzo “governo fantoccio” che si succede in Italia in poco più di due anni, Matteo Renzi, «non trova di meglio che rispondere con l’elemosina degli 80 euro», che dovranno essere ripagati «mediante misure più costose e permanenti, come al solito a spese dei redditi medio-bassi».
“L’elemosina” va comunque a chi ha già una busta paga, per quanto misera: viceversa, «chi non ha niente, ovvero il milione e più di famiglie che non percepiscono reddito da lavoro alcuno, sempre certificato dall’Istat, niente avrà». Questo, «in base alla logica consolidata negli anni che prevede di abbandonare al proprio destino la fascia dei più bisognosi, di giorno in giorno più ampia: se non si ha nulla, nulla si ha da pretendere e tantomeno da offrire». E’ la politica sociale «dei partiti di falsa sinistra, da decenni intenta alla spoliazione e all’impoverimento generalizzato dei ceti subalterni». Quei partiti, secondo “Come Don Chisciotte”, «hanno definitivamente sancito l’assenza di qualunque volontà di porre un benché minimo rimedio alle conseguenze delle loro politiche scellerate», ossia «l’essersi messi al servizio delle élite per eseguire le politiche più oltranziste della destra finanziaria», il capitalismo assoluto. «Si perviene così a una forma di dissociazione dalla realtà in base a ordini superiori, quelli provenienti dai vertici del partito, che a prima vista potrebbe apparire patetica ma in realtà è ignobile e vergognosa», perché «se si agisce in modo tale da favorire l’aggravarsi delle condizioni generali, oltretutto su mandato di poteri esterni al proprio paese», allora «ci si assumono responsabilità enormi». .
“Come Don Chisciotte” traccia un parallelo tra «l’attività ademocratica e antisociale della politica attuale» e il comportamento dei magnate degli inizi del secolo scorso, come Rockefeller: «Per il loro arricchimento personale, e migliorare la competitività della propria impresa, non hanno esitato a ordinare che donne e bambini fossero trucidati: erano le famiglie dei lavoratori impiegati nelle miniere del Colorado che chiedevano condizioni di vita meno disumane». Gli autori della restaurazione iper-capitalistica e della conseguente macelleria sociale oggi in atto sono «come nazisti e moderni Mengele». “Nazista” è parola assurta a sinonimo universale della crudeltà peggiore e della negazione per il valore e l’intangibilità della vita umana: nel mondo occidentale, si viene ammaestrati fin dalla più tenera età a riconoscere il nazismo come il male assoluto per definizione. Ma i “nazisti” di oggi si riparano dietro al “frame” della persuasione occulta: il sangue non si vede, la strage non viene percepita subito. Perfino gli esiti quotidiani del disastro-Europa «diventano controversi e di interpretazione incerta,malgrado ciascuno si ritrovi con meno soldi in tasca e un potere d’acquisto ridotto ai minimi termini», la prole disoccupata o precaria.
La potente manipolazione mediatica rende gli individui incapaci di stabilire «persino il più elementare legame di causa ed effetto». Eppure, il «massacro sociale odierno» va oltre il nazismo, secondo “Come Don Chisciotte”: «Infatti il nazismo, come tutte le altre dittature dello scorso secolo, in primo luogo agiva in nome e per conto del proprio Stato o parte di esso, sia pure con metodi condannevoli. La classe politica di oggi, invece, opera su mandato di poteri esterni, dei quali si è fatta collaborazionista, o meglio fantoccio». Soprattutto, «il nazismo riconosceva la propria natura e non aveva problemi a palesarla». Viceversa, «i moderni sgherri dell’assolutismo iper-capitalista si mascherano vilmente dietro le loro teorie deliranti», palesemente insostenibili ma «ripetute fino a renderle i dogmi su cui si basa il lavaggio del cervello di massa». E questo avviene «dietro la facciata delle istituzioni democratiche che nel frattempo hanno provveduto a sovvertire, svuotandole del loro contenuto originario, con lo scopo di trasformarle negli strumenti atti a giungere agli obiettivi di dominazione assoluta che si sono prefissi».
Si adotta questo modello, oggi, grazie alla consapevolezza «che proprio l’essersi palesate in quanto tali è stato il primo punto debole di quelle dittature», all’epoca «finanziate molto generosamente dalle banche controllate da chi oggi persegue il disegno di dominazione globale». Proprio «la necessità di tenere nascosto quel disegno, per non renderlo riconoscibile fino al suo compimento definitivo, sta a testimoniare il valore che chi lo ha attuato è il primo ad attribuirgli: il che equivale a una piena e inappellabile confessione di colpevolezza». In più, le guerre di allora erano dichiarate e combatture alla luce del sole. «I tiranni di oggi invece muovono guerre invisibili ma ancora più micidiali, che sovente hanno per vittima il loro stesso Stato». Se e quando il popolo se ne accorge, «è troppo tardi per rimediare». Per di più, «la tirannide attuale ritiene di poter fare a meno di una qualsiasi base di consenso che non sia quella dell’1%, cosa che le permette di colpire indiscriminatamente qualunque ceto sociale e di porsi come obiettivo la distruzione totale di tutto ciò che possa essere assimilato a una qualche forma di welfare». Al contrario, «le dittature storiche ricercavano comunque un consenso, il che le portava a realizzare opere di valore sociale, sia pure per motivi demagogici e inserite nel contesto delle loro politiche totalitarie».
Per “Come Come Don Chisciotte”, dunque, «definire nazisti gli autori dell’odierno massacro sociale è fuorviante, ma soprattutto riduttivo». Il perché ce lo spiega George Orwell, nel suo capolavoro “1984”, in cui denuncia i problemi di percezione indotti dalla manipolazione linguistica, un deficit cognitivo che porta al blackout mentale e all’incapacità di articolare un’autodifesa fondata sul pensiero critico. «Assieme alla negazione sistematica della realtà e alla riscrittura altrettanto sistematica del passato, proprio questo va a costituire l’architrave dell’ordinamento tirannico descritto dallo scrittore inglese, cui non a caso la realtà di oggi rassomiglia in maniera sempre più evidente». E’ urgente che «qualche intellettuale di buona volontà si sforzi per coniare un neologismo», un termine «che condensi in sé tutta l’enorme e inedita carica di vile malvagità insita nel disegno restaurativo dell’assolutismo capitalista e dei suoi esecutori», in modo da incidere nell’immaginario comune. «Fino ad allora non sarà possibile far sì che l’opinione pubblica si renda conto fino in fondo di quanto sta avvenendo».
Tratto da: Idee Libre

giovedì 30 ottobre 2014

Marchionne: bugiardo, criminale, ma con una mente avanti di 20 anni

Era circa il “1500” quando io avvisai il popolo bue italiano, e le scimmiette cagnetti del M5S e del “Fatto Quotidiano”, sugli Inversion Deals e la Fiat.
Pazienza, dai, non si può ribadire in eterno l’anagrafe del pollaio puzzoso coi galletti-chiccirichì dei blog dei soliti noti “informatori” italiani.
Stiamo sui fatti. La Fiat è oggi guidata da un uomo, Marchionne, che ha una testa stratosferica, ha pochi rivali al mondo nella comprensione del capitalismo industriale e finanziario. Poi è una merda, perché mente agli operai italiani in modo vomitevole: «Recupereremo i posti di lavoro degli stabilimenti italiani», ha detto, quando sa benissimo che ogni singola mossa Fiat va nella direzione di kosovizzare quegli stabilimenti, cioè di mantenerli aperti solo se la base salariale italiana verrà depressa a livello albanese con annessi diritti sindacali (cosa cui penserà il Pd – leggi punto B). In ogni caso, le mosse di Marchionne sono state geniali:
A) Un Inversion Deal fra i più spettacolari del mondo, cioè la sede in Olanda e le tasse si pagano in Gran Bretagna. L’Italia, da cui quelle merde degli Agnelli hanno ciucciato il ciucciabile per quasi un  secolo a spese di milioni di disgraziati e del Tesoro, si fotta. Good Bye e neppure un grazie.
B) Ha capito che fra mezz’ora la Cina produrrà roba tipo le Panda o Punto 20 volte più accessoriate e venti volte meno costose della Fiat, e ha compreso che lì non esiste gara. La Fiat deve buttarsi sul mercato alto del lusso, Suv, high-performance (Maserati) super technology software-driven vehicles, che la Cina non saprà fare per altri 40 anni.
C) Con Chrysler, che per ora tira sui bull marketsdelle equities, Marchionne piazzerà sulla borsa di NY le azioni degli azionisti Fiat che col diritto di recesso decidono di non partecipare alla nuova avventura, zero problemi. Dopo l’alluvione di liquidità del Qe di Bernanke i compratori sono garantiti, quindi il nostro non ci perderà nulla (e forse ci screma un profitto).
D) Poi ha piazzato, fra le minuscole righe di quei contratti di 6.000 pagine, una clausoletta che si chiama “garantire a certi soci il voto doppio”, e indovinate chi sono i principali? Ma gli Agnelli ovvio, cioè la loro finanziaria Exor, tanto per non dimenticarsi mai di chi è il padrone.
E) Ha capito che l’Eurozona – cioè l’alchimia criminosa di un progetto Neofeudale franco-tedesco naufragato nelle fogne assieme al peggior banchiere centrale mai esistito, Draghi, e dove gli inglesi si sono tenuti accortamente fuori (con tutta la City!) –  conta già, come mercato, come conta un bagnino di Rimini nel consiglio d’amministrazione della Sony Corp.
E quindi, viaaaaa….. ciao ciao! Un capolavoro. Marchionne è una merda, ma cazzo ha una testa che ne avessimo anche solo tre così noi “attivisti” (puzzoni) avremmo già vinto da 30 anni. Onore al merito.
Paolo Barnard, “Non si può non ammirare Marchionne: bugiardo, criminale, ma una mente avanti 20 anni a tutti”, dal blog di Barnard del 24 agosto 2014

sabato 2 giugno 2012

La piaga vaticana



Una Vatican Connection, i cui fili uniscono in una trama ferrea le inverecondie politico-affaristiche della prima e della seconda Repubblica italiana. Senza dover tornare troppo indietro fino a Sindona, all’Ambrosiano, alla P2 o al riciclaggio nel Torrione di Niccolò V della tangente Enimont, madre di tutte le tangenti della prima Repubblica, basta ripercorrere le vicende che hanno segnato i tre lustri del berlusconismo per tracciare un compendio quasi completo degli scandali italici transitati in qualche modo nel Cortile di San Damaso. Dalla Protezione Civile ai Grandi Eventi, dai Furbetti del Quartierino capitanati dal pio legionario di Cristo Antonio Fazio, intimo del cardinal Gian Battista Re, alla P3 e alla P4; dal San Raffaele di don Verzé al grumo di interessi immobiliari di Propaganda Fide. In una folla di cardinali e faccendieri, ministri e affaristi, Gentiluomini di Sua Santità e bancarottieri, opuisdeisti e massoni, cilici e compassi.
«Ma perché - arriva a chiedersi un prete di base come don Paolo Farinella - il Vaticano appoggia sempre i corrotti, i corruttori, i ladri e i manipolatori di coscienze? Perché si affida a Gianni Letta, coordinatore della rete di corruttela?». Sì, Gianni Letta, che il Segretario di Stato Tarcisio Bertone definisce «il nostro ambasciatore presso lo Stato italiano», e la sua corte di disinvolti grand commis, di generali felloni e di spudorati faccendieri. Non solo il ben noto Luigi Bisignani (che ha da poco patteggiato un anno e sette mesi di reclusione per lo scandalo P4), il quale si occupò del lavaggio della maxitangente Enimont e curava il conto “Omissis” di Giulio Andreotti allo Ior, ma anche l’altra eminenza grigia dell’ultimo decennio: il signore degli appalti truccati Angelo Balducci, il Gentiluomo di Sua Santità versato non solo nella corruttela del denaro e del potere, ma anche in quella indotta dalle sue abitudini sessuali, che ha rivelato persino l’onta di un giro di prostituzione maschile all’interno delle mura leonine, quelle che difesero San Pietro dai musulmani. «Angelo - gli sussurrava al telefono (registrato dai magistrati - ndr) il corista vaticano che gli procurava la “merce” tra i seminaristi - non ti dico altro: è alto due metri per 97 chili, 33 anni, completamente attivo»; «Ho un tedesco appena arrivato o vuoi stare col norvegese?». 
Questo Balducci, presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici prima dell’arresto e dell’espulsione dai Gentiluomini di cui faceva parte già dal 1995, dieci anni prima di Gianni Letta, titolare di un conto assai movimentato allo Ior, assurge definitivamente a fiduciario vaticano in occasione del Giubileo dell’anno 2000 al seguito del cardinale Crescenzio Sepe, oggi arcivescovo di Napoli, indagato per corruzione, che lo nomina supervisore delle ristrutturazioni e delle manutenzioni dell’immenso patrimonio immobiliare di Propaganda Fide. Un centro di potere e di affari opachi senza eguale. Ne fa una sorta di agenzia immobiliare per i potenti a condizioni di favore. Se un ministro come Pietro Lunardi vuole fare un business sicuro, Balducci gli procura un palazzetto di mille metri quadrati in via dei Prefetti a prezzo d’affezione. A chi non compra, Propaganda Fide fornisce appartamenti nelle zone storiche di Roma e Diego Anemone, l’imprenditore protagonista tra l’altro dello scandalo degli appalti del G8 della Maddalena (che comprò l’appartamento del ministro Scajola “a sua insaputa”), costato agli italiani alcune centinaia di milioni di euro, introdotto da anni in Vaticano da Balducci tramite monsignor Francesco Camaldo, ex segretario del cardinale Ugo Poletti e capo del cerimoniale pontificio, li ristruttura gratis et amore Dei. 
Intorno a lui, un sabba di prelati piuttosto sinistri. Da don Piero Vergari, priore della Basilica di Sant’Apollinare (dove fu sepolto il boss della banda della Magliana Enrico De Pedis) indagato per il rapimento di Emanuela Orlandi, a don Evaldo Biasini, economo dei missionari del Preziosissimo Sangue e gestore della cassaforte nera di Anemone e Balducci.
È in una reggia concessa da Propaganda Fide, residenza di Bruno Vespa e di Augusta Iannini nei pressi di piazza di Spagna, che nel luglio 2010 il cardinal Bertone, ospite con Berlusconi, Gianni Letta e Cesare Geronzi, cerca di convincere Pier Ferdinando Casini a salvare il governo del Cavaliere e con lui gli interessi della Chiesa. Sulla terrazza che guarda Roma c’è anche l’allora governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, che forse capisce un po’ tardivamente di cosa si tratta e, con una scusa, lascia il convivio appena può. Gli altri commensali sono più intimi. Col segretario di Stato vaticano, che celebrò le nozze di una delle sue figlie, Geronzi si da del tu. 
Letta è Gentiluomo di Sua Santità, un’armata di uomini in frac e collare d’oro, già denominati Cavalieri di Spada e Cappa, utili per «tante nascoste mansioni», come disse papa Ratzinger ricevendoli e non cogliendo l’allusione che, visti i fatti, in italiano non risulta molto commendevole. L’ordine riunisce i massimi dignitari laici della “famiglia pontificia”, per gran parte italiani, un centinaio, non di rado inseguiti dalla giustizia, come già capitò al massone Umberto Ortolani, gentiluomo - si fa per dire - del Papa e al tempo stesso capo della Loggia massonica P2 in condominio con Licio Gelli. Tre di loro figurano oggi nel solo scandalo degli appalti per i Grandi Eventi. Gli stranieri non elevano peraltro il tasso di moralità del club, visto che vi figura, tra gli altri, Herbert Batliner, il re delle fiduciarie offshore, coinvolto nella storia della Banca Rasini, di cui fu direttore Luigi Berlusconi, papà dell’ex premier, definita lo sportello della mafia e del Vaticano. E poi rilevata da Gianpiero Fiorani, l’ex banchiere che faceva costosi presenti alla consorte dell’ex pio governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio e, a suo dire, finanziava in nero il cardinale Castillo Lara, i Legionari di Cristo e la Lega di Bossi impantanata nello scandalo Credieuronord. Quanto a Guido Bertolaso, per anni pilastro vanaglorioso del sistema Letta-Bisignani- Balducci, pare che non figuri nella lista dei pii uomini in frac, ma non aveva comunque problemi, con tutti gli appalti che gestiva senza controlli, a ottenere dal collaboratore Memores Domini del cardinal Sepe il quartierino in via Giulia, ideale per i suoi massaggi alla schiena. Anche lui è uno di famiglia: la sorella Marta è nel Campus biomedico dell’Opus Dei, il fratello Emanuele nel Consiglio regionale per l’Austria della prelatura.
Dagli appalti del G8 della Maddalena alla corruzione internazionale di Finmeccanica. «Ieri sera ho parlato con Bertone, mi ha chiamato lui al telefono», spara il massone Valterino Lavitola, sedicente giornalista ed editore, curatore di dossier diffamatori e faccendiere personale di Berlusconi e dei suoi traffici di letto e di affari sporchi, oggi in galera, al suo sodale “Ciccio” Colucci, ex socialista, questore berlusconiano della Camera. Sostiene che vogliono farlo sottosegretario o commissario straordinario per il terremoto in Abruzzo. Dice che la Santanché «è invisa in Vaticano» e che il Segretario di Stato si sta spendendo per questo a suo favore con il gentiluomo Letta. «Assurdità che rasenta il ridicolo», replica la Segreteria di Stato quando esce l’intercettazione. Ma tutto ormai sembra possibile là oltre il portone di bronzo se è vero che, caduto Berlusconi, la seconda autorità religiosa dopo il Papa propone a Mario Monti come sottosegretario nel governo “strano” dei tecnici Marco Simeon, un giovanotto suo pupillo fin da quando era Arcivescovo Metropolita di Genova. Quando anni fa Capitalia si fonde nell’Unicredito di Alessandro Profumo, il Vaticano si allarma. Geronzi corre allora all’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede per rassicurare la Conferenza Episcopale e si prende il figlio del benzinaio sanremese come super-consulente. Sarà poi Simeon, nel frattempo diventato responsabile di Rai Vaticano dopo aver soponsorizzato l’opusdeista Lorenza Lei alla direzione generale, a organizzare il siluramento del cardinale Carlo Maria Viganò, che andava denunciando «una situazione inimmaginabile » di «corruzione ampiamente diffusa » negli appalti e nelle forniture vaticane. Un malaffare «a tutti noto in Curia». Ma il giovanotto è talmente sicuro di sé che poche settimane fa in un’intervista al “Fatto Quotidiano” ha fornito una risposta alquanto ambigua quando gli hanno chiesto se, come dicono incontrollati pettegolezzi, lui del Segretario di Stato è in realtà il figlio.
Il destino di Gotti Tedeschi, cacciato la scorsa settimana dallo Ior con immeritata ignominia, era comunque segnato fin da quando Geronzi, manifestandogli sommo disprezzo, disse di lui in un’intervista al Corriere della Sera: «È un personaggio ritenuto preparato che si è particolarmente esercitato nella demografia », riferendosi ai cinque figli dell’ormai ex banchiere del Papa, che si era opposto al salvataggio del San Raffaele di don Verzé da parte dello Ior, affossando il progetto di un grande polo sanitario vaticano coltivato con determinazione dal cardinal Bertone. E comunque i segreti inconfessabili della prima e della seconda Repubblica e del papato, sigillati nel caveau dello Ior non erano più considerati abbastanza blindati.
Vi risparmieremo i dettagli del romanzo criminale intrecciato al potere politico di don Verzé, che tra l’altro utilizzava l’ex capo dei Servizi segreti italiani Nicolò Pollari per minacciare attentati ai suoi nemici, e anche gli sviluppi quotidiani dello scandalo di cui è protagonista il Memores Domini Roberto Formigoni, con il suo coté di cardinali di Curia, da cui fortunatamente ha tempestivamente preso le distanze l’arcivescovo di Milano Angelo Scola.
Ma con la certezza che «appena suona la moneta nella cassa, l’anima salta fuori dal purgatorio», come diceva il predicatore medievale Tetzel, che durante il papato di Giulio II vendeva lettere di indulgenza per la remissione dei peccati in cambio di denaro sonante. Che non olet nella stanze del vicario di Cristo.

di Alberto Statera, da La Repubblica, 31 maggio 2012

mercoledì 23 maggio 2012

2012-2013: alla morte definitiva dei partiti seguirà l’avvento della Democrazia Partecipativa


Messaggio ricevuto dalle Elezioni Amministrative 2012: l’anno in corso ed il prossimo saranno due anni di cambiamento epocale, su tutti i fronti, del sistema di gestione dello Stato e si passerà inevitabilmente dall’attuale sistema di ”Democrazia Rappresentativa” al nuovo sistema di ”Democrazia Partecipativa”. Complici della svolta sono la rete, i social network e, in generale, le nuove tecnologie di aggregazione popolare.
Sarà un cambiamento totale del sistema, con dei vantaggi per i cittadini di portata storica.
Vediamo, in maniera molto semplice, la differenza tra le due forme di governo sopra menzionate.
Nella ormai già vecchia Democrazia Rappresentativa, il cittadino elegge il proprio rappresentante e poi, fino alle elezioni successive, si dimentica della faccenda e ”si fida” che il proprio uomo faccia bene e curi gli interessi dei cittadini per conto loro.
Questo sistema è quello che ha portato l’Italia, l’Europa ed il mondo intero alle condizioni di corruzione, spreco di risorse e malapolitica di cui solo ora stiamo vedendo i devastanti effetti sulla società.
Una volta entrato nel sistema, infatti, il neo-eletto viene irrimediabilmente portato a far parte di una ”casta” di privilegiati il cui unico chiodo fisso è far soldi, fare carriera e rimanere nel sistema vita natural durante a fungere da zecca succhia-sangue e a giocare con le poltrone. La loro inutilità è stata ampliamente dimostrata in Belgio dove non c’è stato nessun governo per ben due anni e, proprio in quel periodo, la crescita del Paese è schizzata sopra alla media europea con + 4,6 nel 2010, + 3,6 nel 2011 e un bel + 2,8 previsto per il 2012.
Ormai anche la fetta di cittadinanza più ingenua e sottoculturata si è accorta che destra e sinistra non esistono più da almeno 20 anni. E’ tutta una farsa, un teatrino che finge di lottare, una fazione contro l’altra, per il bene dei cittadini. La recita è ormai nota: qualcuno lancia una buona idea a vantaggio del popolo ed immediatamente non ce la fa ad attuarla per il ”muro” (concordato in anticipo, ovviamente) fatto dall’opposizione. Intanto, si aggiudica una proposta buona andata male per colpa degli ”altri”, da poter sbandierare alla campagna elettorale successiva solo per raccattar consensi.
Quante volte abbiamo sentito l’elenco di questa collezione di ”noi l’avevamo proposto ma voi avete votato contro” durante i dibattiti in tv? Quando poi c’è da votare per qualcosa che vada a favore dei parlamentari e dei senatori misteriosamente non c’è mai nessun muro e l’accordo per aumentarsi i privilegi è sempre unanime.
Lo scopo è fin troppo evidente: realizzare il meno possibile per noi ed il massimo possibile per loro. Ma questo giochetto è alla frutta e tutti questi inutili parassiti, di qui a qualche mese, massimo un anno, saranno disoccupati, gli saranno tolti tutti i privilegi illegittimamente acquisiti e dovranno restituire tutto quello che ci hanno rubato fino all’ultimo centesimo. Senza se e senza ma.
Grazie ad internet, infatti, ci sono state negli ultimi due anni due rivoluzioni che la nostra vecchia ed anti-tecnologica classe politica (per fortuna) non è riuscita a cogliere: l’informazione viaggia da persona a persona senza intermediari ed i social network hanno permesso l’aggregazione di enormi fette di popolazione con lo sviluppo di veri e propri ”gruppi di potere” nati dal basso, che, con la Lista dell’Astensionismo, stanno ampiamente comunicando che i partiti non servono assolutamente a nulla, anzi sono dannosi ed i cittadini si possono auto-governare senza bisogno di intermediari.
La nuova forma politica si chiama ”Democrazia Partecipativa” ed è un sistema di gestione della cosa pubblica fatto e votato direttamente dai cittadini utilizzando la rete.
Come funziona, in pratica, il nuovo sistema? Semplice: il potere passa dalle mani dei ”rappresentati” (i politici) alle mani dei cittadini, che s’infiltrano e vengono eletti nelle istituzioni. In pratica, viene eletto un signore ed introdotto in una posizione decisionale: per esempio, diventa sindaco di una città. Costui è in tutto e per tutto un dipendente dei cittadini, che svolge per loro conto la mansione assegnatagli.
La prima cosa che deve fare è mettere in rete tutto quello che riguarda quel comune: bilanci, debiti, appalti, urgenze etc. Sulla base delle risorse disponibili e dei problemi da risolvere, viene stilata una scaletta ”logica” di priorità che viene votata in rete dagli elettori. Spiego meglio questo passaggio: non è il sindaco a decidere dove spendere i soldi disponibili, ma sono i cittadini, da casa attraverso la rete, che votano la cosa che a loro sembra più urgente. Il sindaco è solo uno strumento, un ”servo” nel senso più nobile del termine nelle mani della popolazione che, a tutti gli effetti, è quella che comanda.
La piramide del potere, in questo modo, viene completamente ribaltata: non c’è più uno al vertice che decide per tutti, ma è la gande massa della popolazione che comanda il suo rappresentante attraverso la rete.
Tutte le riunioni, i consigli comunali, i bilanci, etc, vengono resi pubblici ed i cittadini si ritrovano ad avere il controllo totale sul proprio territorio.
Ogni 6 mesi, il sindaco consegna le proprie dimissioni in rete: se ha fatto bene vengono rifiutate, se ha fatto male vengono accettate. In questo caso, il sindaco si dimette, ritorna a lavorare normalmente e viene sostituito con un altro.
Il massimo di mandati che un cittadino può fare in ambito politico è di due, dopodichè non potrà mai più rivestire nessuna altra funzione pubblica per il resto della sua vita. Ritorna a lavorare e a fare quello che faceva prima.
Questo modo ”al contrario” di governare è incompatibile con il vecchio sistema. Sono ovviamente impossibili coalizioni o pastoni vari con il vecchiume politico, anche perchè è già morto e sepolto e non vale neanche la pena di perderci tempo. Vi immaginate i vari Casini, Fini, Bersani, Alfano, Prodi, Fassino, etc, disposti a mettere le loro dimissioni nelle mani del popolo se hanno fatto male? Impensabile. Verranno spazzati via e si troveranno un lavoro normale come tutti gli altri.
Questa nuova politica metterà la parola fine alla corruzione diffusa che conosciamo adesso. Fine della casta che lavora esclusivamente per se stessa. Fine dei vergognosi privilegi che sono diventati assolutamente intollerabili soprattutto in questo periodo di recessione. Fine del ”politico” come mestiere: sarà solo un servizio temporaneo volontario, con un inizio ed un termine, fatto con lo spirito di massima trasparenza e con bene in mente chi sono i reali beneficiari finali del mandato, ovvero i cittadini. I compensi saranno allineati a quelli del resto del Paese, in segno di rispetto nei confronti di chi li ha eletti.
E’ questo lo spirito della nuova politica: fare bene il proprio lavoro, lavorare per i cittadini e non per i soldi.
E non è questione di decenni o di anni per vedere un cambiamento del genere: è questione di mesi, il tempo di maturare la trasformazione della “Lista che non c’è”, quella dell’astensionismo, in liste civiche di liberi e comuni cittadini.
Già alle prossime elezioni politiche potrebbe esserci il ribaltone sano, pulito, senza violenza, senza cattiveria che spazzerà via per sempre il vero cancro di questo Paese che sono i partiti politici.
Hanno ancora in mano e tv e i giornali, ma ormai questi obsoleti mezzi di comunicazione monodirezionali non hanno più la vecchia influenza sulla popolazione. I giornalisti ”canonici” hanno perso completamente la credibilità e sono diventati in pochi anni, agli occhi dei cittadini, dei semplici ”ripetitori” acritici della vecchia classe politica. Non gli crede più nessuno e stiamo veramente assistendo agli ultimi colpi di coda del vecchio potere che cerca invano di sopravvivere.
La rete consente il dibattito e se qualcuno scrive delle baggianate viene immediatamente sepolto dalle critiche e dai commenti della gente. La tv ed i giornali escludono il dibattito, sono a senso unico, dalla fonte al fruitore che si trova impossibilitato a controbattere.
La rete sta cambiando tutto. In rete uno vale l’altro e se il grande politico di turno la spara grossa, in tv il giornalista schiavetto lo protegge e gli ”para il culo” in qualche maniera. In rete, invece, chi spara palle, che sia l’operaio bergamasco o lo studente napoletano, lo trattano come va trattato: coprendolo di ridicolo e facendolo scendere dal suo traballante piedistallo.
Restiamo in Europa od usciamo? Ci teniamo l’Euro o torniamo ad una moneta sovrana di proprietà dei cittadini? Lo decideremo noi, come è giusto che sia.
Il momento è straordinario e và vissuto positivamente. Dobbiamo solo portare pazienza fino alle prossime elezioni e, poi, ci riprenderemo il controllo sulle nostre vite e sul nostro Paese.
L’Italia ritornerà ad essere un faro sul mondo e diventerà l’esempio per una inarrestabile reazione a catena a livello mondiale.
Un sogno? Dipende solo da noi.
Monti svolgerà ancora per poco il suo sporco lavoro: poi ci saremo noi a ribaltare tutto!

Rielaborazione articolo di Nino Caliendo


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martedì 22 maggio 2012

Amministrative 2012: unico vero vincitore la “Lista che non c’è”

Terminati i ballottaggi delle Elezioni Amministrative, il “solito” pollaio ha cominciato a prolife-rare delle “solite” galline scalpitanti e dei “soliti” galli sull’immondizia inneggianti la propria fit-tizia vittoria elettorale. 
Oggi, ridicoli più che mai, travestiti sempre più da pagliacci della politica pagnottista, abbuffi-na, golpista, eversiva e affamatrice, mascherati con oratorie di falsi entusiasmi e di retorica populista, ci propinano la vecchia solita tiritera che il loro schieramento ne è uscito chiara-mente vittorioso. Come al solito, tutti vogliono informare un Popolo stanco e disperato di aver vinto le elezioni.
Quello che mi fa più ridere (o forse pena) è Bersani che canta vittoria, non accorgendosi, lui e il suo partito, di aver ormai imboccato la strada del disastro politico, alla pari di Lega e Pdl.
Gli italiani hanno chiaramente deciso che la politica jurassica, lontana dai bisogni dell’elettorato, è defunta e non riceverà funerali di Stato, ma quelli del Popolo.
Nemmeno il famigerato populista e qualunquista Movimento 5 Stelle può permettersi di cantare vittoria: nessuno di loro ha sfondato come si aspettava, ma ha solo raccattato una piccolissima percentuale di voti persi da altri. Anche costoro sono rimasti delusi ed i loro chicchirichiiii osannanti se stessi sembrano più lagne melense di lavandaie di provincia piuttosto che argomenti di seria vittoria politica. Niente di nuovo sta venendo dal “nuovo”, nemmeno gli slogan fritti e rifritti di antica memoria mussoliniana.
Forse, i grillini, a parte qualche isola del Nord, per ragionare col “nuovo”, dovrebbero chiedersi perché il Sud se li è filati ben poco e perché a loro (al Nord) sono andati soprattutto alcuni degli scontati voti persi da Lega e Pdl, poiché quelli persi dal Pd in giro per l’Italia sono andati soprattutto a Sel e Idv.
Queste (ed è ora che qualcuno lo dica chiaramente e faccia un’analisi reale del risultato delle urne) sono state le Elezioni meno partecipate nella storia della Repubblica Italiana: mediamente, si è recato alle urne appena il 51,4% degli aventi diritto al voto. Il che significa che il Partito dell’Astensionismo, cioè la “Lista che non c’è”,  ha largamente vinto la tornata elettorale con una percentuale del 48,60%, quasi un 49%, quasi un fifti-fifti destinato a crescere nel tempo sempre di più.
La “Lista che non c’è”, in questi primi decenni del Terzo Millenio, è diventata il più grande Partito-non-Partito della Storia d’Italia (fatto salvo quello là del tragico ventennio).
Messi da parte i presuntuosi e convinti impuniti di chiare nullità politiche come Pd, PdL, Udc, Lega, etc, di cui ormai non vale nemmeno più la pena di parlare, che stanno investendo in loculi nel cimitero della Storia i soldi fottuti agli italiani con la truffa dei rimborsi elettorali, il messaggio lasciato nelle urne dagli italiani và profondamente analizzato, senza le truffe dei parolai di regime.
Qui, sono stati sconfitti tutti, se facciamo calcoli matematici sulla percentuale di elettorato che ha votato, siamo ai decimali. Nessuno ha vinto, tranne la “Lista che non c’è”, cioè l’Astensionismo.
La disaffezione al sistema dei poteri forti è fortemente viva e drammatica. La platea degli incerti e degli schifati è una massa enorme capace, se ben guidata, di rivoltare tutto il negativo costringendo gli schiavisti a nascondersi e modificare tutto nel positivo.
La vittoria di quelli che si cantano e vengono cantati come vincitori dai media di regime è soltanto un opugnabile velleitarismo retorico.
Il dato inconfutabile è che si è presentato alle urne appena il 50% degli aventi diritto al voto. Il che significa che l’altro 50% è schifato sia del vecchio che del presunto “nuovo”. Significa che quel 50% non vuole un semplice cambiamento di facce e di sigle che poi dovranno comunque adeguarsi ai poteri forti. Significa che il 50% del Popolo italiano vuole un cambiamento totale e immediato del sistema, a cominciare dallo stato sociale per finire ad una legge finalmente democratica per la regolamentazione del sistema elettorale. Significa che il Popolo italiano vuole riprendersi tutti i poteri di “sovrano” che oggi gli vengono con demagogia rinnegati. Significa che il Popolo sovrano rivuole la sua libertà e i suoi diritti.
In un contesto elettorale che è stato fortemente caratterizzato dai sensibili incrementi dell’astensione, può succedere che una coalizione superi quella opposta non per un reale incremento dei suffragi (quindi, non può cantar vittoria), ma per il semplice motivo che ha perso meno voti degli avversari: dicendo il contrario si mentirebbe visto che si tratterebbe di un successo illusorio nei confronti dell’elettorato, una sorta di vittoria di Pirro. Quindi, possiamo chiaramente affermare che chi ha vinto non rappresenta il Popolo italiano, in quanto non è stato eletto a seguito di un plebiscito, ma semplicemente da una percentuale di votanti contenuta in quella del 50% dell’elettorato attivo: ogni voto preso, per essere maccheronicamente papali papali, per calcoli statistici e logici vale la metà, per cui rappresenta solo una minoranza del Popolo.
Tutti hanno perso, ma solo la “Lista che non c’è” ha vinto alla grande, con un plebiscito di Popolo ed è l’unica “coalizione” che veramente rappresenta la voce del Popolo italiano. Una voce che non potrà più non essere ascoltata nell’immediato futuro.

Nino Caliendo

lunedì 21 maggio 2012

Strategia della tensione: intreccio affaristico, politico, istituzional-deviato, criminale


Contro la strategia della tensione, rivolta democratica


Non è vero che non abbiamo paura. Abbiamo paura eccome! Non aver paura sarebbe folle.
Chi ha compiuto l’atroce e lurido crimine di Brindisi è convinto dell’impunità, altrimenti non avrebbe osato un delitto talmente esecrando ed esecrato (perfino dalla criminalità comune) che, se scoperto, promette il linciaggio in carcere.
Chi ha compiuto l’orrore sa di avere spalle coperte, copertissime. E’ certo di far parte di una potentissima “strategia della tensione”, informale o formale che sia.
Abbiamo paura e rabbia, un’infinita e democratica rabbia. Vogliamo trasformare entrambe in azione politica di democratica rivolta.
In Italia, orrori di così ributtante cinismo li abbiamo già visti troppe volte: nell’immediato dopoguerra, quando a Portella della Ginestra si volle terrorizzare il movimento sindacale e la speranza/incubo (dipende per chi) di un domani “rosso”. Negli anni successivi al ’69, da piazza Fontana a Milano a piazza della Loggia a Brescia: la strage è di Stato, un intreccio di criminali neofascisti, mafie, servizi deviati (e politici di riferimento), con cui i settori eversivi (molto ampli) dell’establishment (non solo politico) esorcizzano nel sangue il timore di un rinnovamento democratico sull’onda lunga del sessantotto studentesco e operaio.
Nel ’91/’93, le stragi sono il volto osceno di una trattativa tra mafie e establishment (soprattutto politico, ma non solo) per paralizzare nel sangue, una volta di più, un rinnovamento democratico che il tracollo del Caf fa avvertire plausibile e prossimo.
Poi il quasi ventennio berlusconiano, regime in cui i settori eversivi (molto ampli) dell’establishment vanno direttamente al governo e la strategia della tensione e delle stragi sarebbe autolesionista.
Ora la strategia della tensione è tornata, strategia di morte puntuale come la morte, perché le macerie, cui il berlusconismo ha ridotto il paese, e la mancanza di un’alternativa parlamentare (l’opposizione Pd invischiata fino al midollo in due decenni di inciuci e leggi bipartisan contro la legalità), hanno portato la fiducia dei cittadini nei partiti (complessivamente presi!) ad un comatoso quattro per cento. E, perciò, da questa crisi verticale potrebbe uscire come soluzione anche un rinnovamento vero della democrazia italiana, la realizzazione della Costituzione anziché il suo affossamento (la parola “crisi” in cinese è composta da due ideogrammi, “pericolo” e “opportunità”, che in politica equivale a speranza).
Non ha senso azzardare chi specificamente abbia realizzato l’infame attentato di Brindisi, ma sarebbe assurdo non dire quello che anche un bambino capisce: la paura di una soluzione democratica della crisi alle prossime elezioni, con una maggioranza in cui una presenza massiccia di società civile garantisca la fine del berlusconismo e dello spadroneggiare delle illegalità di ogni risma, costituisce un incubo incombente e immediato per i mille strapoteri che sulla illegalità lucrano e metastatizzano. Da esorcizzare, una volta di più, nel sangue di cittadini innocenti: dall’impudenza di colpire le due personalità più scortate del paese (Falcone e Borsellino) a quella di uccidere ragazze adolescenti che entrano a scuola. E’ l’impudenza illimitata di chi pensa che detterà sempre e comunque le proprie condizioni e può spingersi perciò a qualsiasi orrore perché non pagherà mai.
Perché nessuno ha pagato, per tutto il sangue del dopoguerra. Tranne qualche pesce piccolo, qualche “scartina”. Gli assi, i re, i jolly di questo mostruoso “gioco al massacro” sono sempre restati e restano più che mai i padroni del tavolo. Riveriti, anzi. Omaggiati. Chiamati in mille interviste e “porte a porte” a fare gli oracoli su come combattere il potere illegale ed eversivo che essi stessi sono. Che sia iniziata una “seconda trattativa”, perché l’Italia delle ingiustizie conosca come unico rinnovamento possibile quello del gattopardo, è l’ipotesi che razionalità e Storia impongono. Saremo felici se dovremo riconoscere di esserci sbagliati, e che si tratti di un crimine orrendo ma senza “santi in paradiso”. Ma troppe volte abbiamo visto in questi decenni che solo i depistaggi di establishment hanno – anche molto a lungo, purtroppo – consentito versioni del genere.
Oltre all’impegno per smascherare ogni depistaggio (che si realizza per atti ma anche per omissioni) da parte di ciò che resta in Italia di giornalismo degno del nome e che, si spera, avrà un sussulto anche al di là di quel paio e poco più di testate che il giornalismo già onorano, urgentissima è la necessità di una risposta democratica di massa. Nessun rituale “unitario” però: è davvero mera retorica, anche qualora sincera, pretendere di “unire tutti gli italiani”, quando se si vuole unire il 90% (si spera che tanti siano gli italiani onesti) bisogna voler combattere senza infingimenti e senza compromessi, con intransigente “tolleranza zero”, quel restante 10% di intreccio affaristico/politico/istituzional-deviato/criminale.
Il che significa una grande manifestazione di massa, subito, sabato prossimo a Roma, da affidare – per le decisioni su chi parlerà – a una figura incontestabile come don Luigi Ciotti, e che imponga al governo pochi e non negoziabili misure: dall’abrogazione di tutte le leggi ad personam alla reintroduzione con pene “americane” del falso in bilancio e della falsa testimonianza, all’introduzione (sempre con pene “americane”) di quello di “ostruzione di giustizia e alle altre misure che tutti conoscono e troppi nell’establishment (anche non “colluso”) non vogliono realizzare per una affinità di classe che di fronte alla barbarie di Brindisi non è più tollerabile.
Vedremo allora alla prova dei fatti chi vuole liberare l’Italia e chi ha scelto invece la convivenza con i “mostri” della continuità del potere.

di Paolo Flores d’Arcais

mercoledì 16 maggio 2012

Grillo, grillismo e grillini destano sospetti e fanno acqua da tutte le parti

Visto che i grillini deviano con arte ogni discorso atto a definire effettivamente chi sono e cosa sono, provo a farlo io.
La prima contraddizione che caratterizza i grillini risiede nella denominazione con cui si autodefiniscono. Poiché fanno della battaglia contro la casta politica l’unico loro motivo principale, non vogliono presentarsi come un “Partito”, bensì come un “Movimento”.
In questo modo di fare, a mio avviso molto ridicolo, emerge immediatamente l’inconsistenza del “grillismo”, che ricade proprio nell’errore rimproverato agli altri politicanti (perché Grillo e i grillini sono solo politicanti di mezza tacca): imbrogliare con le parole!
Qualsiasi parola, infatti, non è soltanto un insieme di fonemi, ma designa un concetto. La parola “Movimento” designa un gruppo di persone che si uniscono intorno ad una battaglia, talvolta provando anche ad articolarsi alla meglio sul territorio e che non si danno, invece, un assetto organizzativo stabile.
Il concetto di “partito” fa riferimento invece a un gruppo strutturato e organizzato che svolge attività politica in maniera globale, articolandosi in maniera capillare sul territorio.
Il Movimento 5 Stelle risponde pienamente a quest’ultimo concetto: svolge attività politica in maniera globale, è organizzato capillarmente sul territorio, partecipa alle elezioni. E per di più ambisce a entrare all’interno di quelle istituzioni tanto vituperate, per ritagliarsi degli spazi all’interno di esse. Dunque, sebbene respinga questa etichetta, il Movimento 5 Stelle è un partito a tutti gli effetti.
Una volta smascherato questo imbroglio linguistico, su cui incredibilmente molte persone cascano, va chiarito che tipo di partito è il Movimento 5 Stelle.
E’ molto facile andare a scovare le magagne altrui ed è facilissimo evidenziare i disastri prodotti dalla casta politica italiana in questi anni. Ma al di là della parte distruttiva, ogni discorso politico che ambisca ad essere credibile deve avere anche una parte costruttiva.
E qui casca il… Grillo.
Purtroppo, non basta sbraitare contro i politicanti (ormai, lo facciamo tutti: non c’è nessuna novità d’intenti) e qualsiasi progetto politico che voglia avere un futuro deve per prima cosa aver ben chiaro il proprio nemico ed approntare, poi, gli strumenti adatti per combatterlo.
L’enorme limite (io sono convinto si tratti di malafede) del Movimento 5 Stelle consiste per l’appunto nell’individuare nella “casta politica” il nemico da abbattere, dimostrando così di perdere di vista clamorosamente (e forse anche premeditatamente, per i propri interessi) il bersaglio e di non riuscire a fare tesoro (se la conoscessero) della Storia. E se non si conosce il nemico da abbattere non si ha alcuna possibilità di costruire un progresso sociale.
La colpa maggiore dei “grillini” è nascondere al Popolo quale veramente è il grande nemico da abbattere: il nemico che la popolazione deve combattere non è rappresentato tanto dalla casta politica (che è l’ultima ruota del carro), quanto dai poteri forti. Ovverossia, quei poteri economicamente dominanti, che hanno in mano i destini del Paese e che controllano ogni aspetto della società: il diritto, i mass media, la politica. E a cui Grillo fa comodo e, quindi, gli danno spazio per dimostrare la loro democrazia nel dare spazio agli antagonisti, soffocando e isolando gli antagonisti veri che non hanno redditi di 5milioni di euro annui come Grillo.
Queste oligarchie economicamente dominanti (con le mafie al primo posto, grandi simpatizzanti del grillismo), hanno il potere di fare vincere le elezioni a uno schieramento politico piuttosto che a un altro e in cambio chiedono, ovviamente, di poter dettare legge!
Il livello politico, dunque, contrariamente a quanto vogliono far credere i “grillini”, non è il livello più alto di una società, ma è chiaramente subordinato al livello economico. Motivo per cui, se non si vanno a toccare i poteri forti, se non si innesca una rivoluzione dell’assetto economico di una società, in modo tale da ridurre le spaventose diseguaglianze socio-economiche e da riequilibrare i rapporti di forza fra tali poteri forti e la maggioranza della società, qualsiasi tentativo politico è destinato al fallimento. Il sistema, infatti, si auto-riproduce e, attraverso nuovi trucchi, continua, gattopardianamente, ad autoconservarsi.
Ecco perché tutte le proposte belle e fantasiose presenti nelle Cinque Stelle dei “grillini” (che rappresentano una specie di loro programma di riferimento) sono destinate a restare velleitarie all’interno di un sistema siffatto: rimanendo solo dei richiami ingannevoli per un elettorato illuso.
In una società in cui, a ogni latitudine e longitudine, i poteri forti si arroccano sempre più nei propri privilegi difendendoli, proprio attraverso i Parlamenti da loro eletti e controllati, con un attacco violento ai diritti della cittadinanza, al punto da paventare il rischio in Europa di involuzioni autoritarie, obiettivi come quelli indicati dai “grillini” (la città partecipata, la riforma dei servizi pubblici, l’introduzione di strumenti per la partecipazione popolare, etc) risultano assolutamente irrealizzabili, quindi populisti e qualunquisti.
Il raggiungimento di questi obiettivi (sia pure condivisibili) è chiaramente subordinato all’attacco radicale ai poteri forti e alla redistribuzione delle ricchezze economiche: obiettivi di cui non c’è traccia nei pseudo-programmi “grillini”.
Al contrario, parecchie prese di posizione di Beppe Grillo (ad esempio, il suo plauso al banchiere Profumo, da lui definito “il banchiere più stimato d’Europa”), il benestare da lui espresso tempo addietro rispetto ad un eventuale governo tecnico guidato da Luca Cordero di Montezemolo (grande capitalista, sodale di Marchionne) e, peggio ancora, il suo placet al governo Monti (da lui definito persona “credibile” in una intervista rilasciata al settimanale “Oggi”) sembrano chiarire la sua posizione in merito e dove aspirano a mangiare lui e i suoi “grillini”. Il mantra dei “grillini” rispetto a una loro presunta posizione “neutrale”, “né di destra né di sinistra ma oltre”, lungi dall’essere originale, riproduce l’approccio tipico dei movimenti populisti e qualunquisti che aspirano unicamente alla pagnotta.
La lotta di classe non è un dogma marxista, ma è la realtà della società in cui viviamo e che esperiamo quotidianamente attraverso i bollettini di guerra delle morti bianche, dei licenziamenti di massa, della disperazione e dei suicidi delle persone private del diritto al lavoro e a una vita dignitosa.
Di fronte alla violenza dell’attacco padronale, non si può rispondere col qualunquismo senza prendere posizione: o si sta dalla parte del mondo del lavoro o dalla parte dei padroni; o si sta dalla parte degli operai o da quella dei loro carnefici; o si sta dalla parte della TAV o si sta contro. E mi chiedo, tra l’altro, come mai i grillini non si vedano mai nelle lotte di piazza a supporto dei movimenti di lotta: forse il “grillismo” esiste solo a livello virtuale, senza i rischi della “piazza”?
Non esistono vie di mezzo rispetto alla lotta di classe e il non prendere posizione su argomenti di vitale importanza popolare (come fanno i “grillini”, quando il loro guru non pontifica direttamente i banchieri e i capitalisti), indice di carenze politiche o di malafede, è comunque un prendere posizione a favore dei padroni.
Insomma, il Movimento 5 Stelle è orientato al neoliberismo economico, continua a sostenere il sistema capitalista ritenendo possibile correggerlo e addossa tutte le colpe dei disastri del Paese alla casta politica (convinzione in gran parte condivisibile, ma non certo esaustiva del vero problema). 
E’ abbastanza evidente, ad un osservatore intellettualmente onesto e minimamente preparato, che, dal punto di vista dell’impostazione politica di fondo, il Movimento 5 Stelle risulta alquanto debole e non dice affatto nulla di nuovo, puntando essenzialmente sull’attacco ai politicanti e sulla prassi di affidarsi a giovani cittadini, che spesso si affacciano per la prima volta alla politica attiva.
Concordo coi “grillini” sul fatto che i politici non dovrebbero essere “professionisti”, ma cittadini che mettono al servizio della collettività la propria esperienza, competenza e volontà (ma questa non è un’idea di Grillo, che ha scoperto l’acqua calda:  sono oltre trent’anni che lo diciamo e lo scriviamo, proponendo, per legge, di non poter essere eletti per più di due legislature).
E, andando oltre, abbiamo più volte proposto (in tempi non sospetti) che il “rappresentante istituzionale” dovrebbe percepire lo stesso stipendio medio dei lavoratori italiani. Fintantoché, infatti, il “rappresentante istituzionale” percepirà stipendi faraonici (concessigli dai poteri forti per mantenerlo al proprio servizio), il suo scollamento dalla collettività e il suo disinteresse rispetto ad essa saranno logici e inevitabili.
Ritengo molto positivo che giovani cittadini si mettano (se in buona fede) al servizio della collettività nel tentativo di contribuire al cambiamento, ma è pur vero che la giovinezza, di per sé, non è sigillo di Verità né di Giustizia. Ed è altrettanto vero che il vuoto di idee di alternativa di società non può essere controbilanciato dalla giovane età!
La condizione necessaria per il progresso sociale è avere un vero e sano progetto di alternativa di società e perseguire quel progetto (condizione essenziale che manca nel “grillismo”). La giovinezza può eventualmente essere un valore aggiunto, ma non un fattore determinante. Non può essere un surrogato rispetto alla mancanza di un progetto alternativo.
E’ vero, altresì, che la gente deve iniziare a riappropriarsi della propria dimensione politica, cui per troppo tempo ha rinunciato. E’ vero che dobbiamo smetterla con la politica della delega in bianco a politicanti (di ogni colore) prodighi di promesse da marinai. Ma è pur vero che la riappropriazione della politica e l’unione dei cittadini deve avvenire intorno a un progetto coerentemente antisistema ed anticapitalista, cioè l’esatto contrario delle proposte di Grillo e dei “grillini”.
Al contrario, l’unione intorno a un progetto blando e fallimentare, come quello del Movimento 5 Stelle, può soltanto produrre ulteriore rassegnazione e sfiducia in un tessuto sociale già molto disilluso.
E da questo punto di vista, i “grillini” dimostrano di non avere un progetto di alternativa di sistema, un progetto che metta in discussione lo strapotere delle banche e del capitale. Così come non comprendono che la via da seguire non è necessariamente e prioritariamente la via “istituzionale”, dal momento che le cosiddette “istituzioni” politiche costituiscono semplicemente l’involucro del sistema economico-capitalista.
Il parlamentarismo è costruito a regola d’arte dai poteri forti per far sì che, chiunque occupi gli scranni (“grillini” inclusi), il potere permanga sempre nelle mani delle solite minoranze economicamente dominanti sulla stragrande maggioranza della ricchezza del nostro Paese.
Da sottolineare poi la mancanza, nel Movimento 5 Stelle, di uno statuto chiaro e robusto, che ne garantisca l’assetto democratico (da qui il pressapochismo che porta immancabilmente al qualunquismo).
Infatti, l’esilissimo statuto presente anche nel loro sito internet di riferimento (che loro chiamano “non statuto”, con la consueta vocazione alla contrapposizione fine a se stessa e imbrogliando anche stavolta con le parole) non esplicita le modalità di gestione democratica dell’attività politica da parte dei militanti. E questo fa sì che di fatto il Movimento 5 Stelle sia solo un’azienda di profitto in mano al suo fondatore e capo indiscusso Beppe Grillo (o, più esattamente, alla Casaleggio Associati, società che gestisce tutto quello che riguarda Beppe Grillo, media e web), come dimostra ad esempio il recente azzeramento del “gruppo grillino” di Cento, responsabile di avere “osato” contestare l’operato del capo, oppure l’espulsione del militante Valentino Tavolazzi, “reo” di avere organizzato un incontro a Rimini senza il benestare del leader maximo.
Insomma, i “grillini” sembrano quasi vantarsi di non avere uno statuto forte, ma questa mancanza si traduce poi in un verticismo esasperato, che limita fortemente gli spazi di democrazia interna al partito. E del resto, la forza e le prospettive di un’organizzazione politica si vedono già da come quell’organizzazione è strutturata e una forza priva di uno statuto, che ne stabilisca chiaramente gli assetti, non promette nulla di buono già in partenza.
Il Movimento 5 stelle si presenta, insomma, come una forza neoliberista e riformista, con connotazioni verticistiche e con l’aggiunta del folcloristico “strillo antipoliticanti” (ma “anti” nient’altro e nessun altro) del suo comico/guru di riferimento. Una forza che si adagia sostanzialmente all’andazzo generale, al punto da prendere posizioni paurosamente destrorse (=fascionazileghiste) in merito al fenomeno migratorio. Tali posizioni costituiscono per me la cartina di tornasole per decifrare il fenomeno “grillino”. Sono tristemente note le sfuriate nazionaliste di Grillo contro rumeni e cinesi e le prese di posizione del Movimento 5 Stelle su tale argomento.
Queste posizioni mi sconcertano innanzitutto sul piano morale, visto che mi sento cittadino del mondo e ritengo illegittima qualsiasi barriera fra le persone. E mi sconcertano anche sul piano politico, dal momento che la xenofobia e il nazionalismo (sdoganati in Italia dalla Lega, ma fatti propri poi, sia pure in maniera edulcorata, da tutti gli altri partiti di centrodestra e di centrosinistra, in primis il Movimento 5 Stelle) denunciano profonda miopia e ignoranza rispetto alle problematiche che affliggono i Paesi extraeuropei, problematiche riconducibili storicamente agli effetti nefasti dell’imperialismo e del neocolonialismo del capitalismo occidentale su scala planetaria.
Le posizioni dei grillini sul fenomeno migratorio denunciano la loro inconsistenza politica, ma sopratutto dimostrano quanto da me ripetutamente denunciato. Ovverosia, che il Movimento 5 Stelle, sposando la diffusa e cinica filosofia del “si salvi chi può” (del tipo: “mi spiace per loro ma devono stare a casa loro perché qui non c’è lavoro”), come tutte le altre forze politiche ipocrite (persino quelle che dicono di ispirarsi ai valori “cristiani”), dimostra che anch’esso è pienamente organico al sistema.
L’unica possibilità di svolta per le masse oppresse passa attraverso la costruzione di una forza veramente di sinistra coerentemente antisistema, che lavori su scala internazionale per raggiungere l’obiettivo dell’abbattimento del capitalismo, sistema disumano fondato sulla venerazione del “dio denaro” e sulla mercificazione della natura e dell’essere umano.
Questo è il lavoro da portare avanti con una seria e vera Rivoluzione popolare!
Un’altra domanda, che mi pongo e a cui cerco di dare una risposta savia, è perché Grillo trova, tra ridicolo qualunquismo e populismo, un enorme spazio su tutti i tipi di media di regime, mentre gente con tanto di cervello, come Giulietto Chiesa e Paolo Barnard (e molti altri, anche), vivono relegati nei media di nicchia, isolati dai poteri forti. Eppure, entrambi vanno oltre l’antipolitica ed hanno ben dimostrato di avere la competenza e la preparazione per centrare bene il problema.
Addirittura, Paolo Barnard è reduce di un’iniziativa colossale di qualche mese fa: una delle manifestazioni di partecipazione politica più strane e consistenti della storia recente dell’Italia. Nessun partito, nessun sindacato, nessun giornale, nessuna associazione (tutti in fuga dissociante) presente: soltanto un giornalista eretico e, a volte, eccessivo nel linguaggio (proprio come il sottoscritto), ma sicuramente tra i più preparati che ci sono in Italia, Paolo Rossi Barnard, e un gruppo di economisti (Michael Hudson, Stephanie Kelton, Marshall Auerback, William Black e Alain Parguez)  arrivati dagli Stati Uniti (tranne Parguez, che è francese) che hanno illustrato, dal 24 al 26 febbraio 2012, al 105 Stadium di Rimini, la Modern Money Theory”, la “Teoria della moneta moderna”. Eppure, nessun giornale o televisione ne ha parlato, nessuno ha dato il minimo spazio a questa interessante iniziativa, senz’altro più sana, costruttiva, ricca di contenuti del “grillismo”.
Keynesianesimo spinto, ma soprattutto fautore della “sovranità monetaria” come unico strumento di “sopravvivenza”, Barnard, partendo dall’insegnamento degli economisti che hanno salvato l’Argentina dopo la bancarotta di inizio Millennio, si sgola a predicare l’indispensabilità dell’uscita dall’euro e la ridiscussione di tutti i Trattati Europei su basi di partecipazione popolare e democratica (tipo referendum) e non, quindi, tecnico-economica.
Mah… La Storia al Popolo italiano (il più ignorante ed il più votato all’Apparire, piuttosto che all’Essere, d’Europa) non ha insegnato proprio niente! Se non arrivano le mazzate, quelle vere, i Partigiani (e i sessantottini) se ne rimangono ben nascosti nelle loro tane a vivere di ricordi per poi parlare di Rivoluzione quando ormai si pisceranno sulle scarpe!

Nino Caliendo
Fonti:



domenica 13 maggio 2012

I "tecnici" del governo Monti: "Abbiamo debellata la piaga dell'obesità!"

Un'altra tassa mascherata da false e assurde buone intenzioni: le bibite gassate provocano obesità, quindi bisogna scoraggiarne il consumo tassandole!

Anche se il settore, che occupa qualche decina di migliaia di addetti (solo Coca Cola Italia conta intorno ai 3.500 dipendenti, che arrivano a oltre 10mila se sommiamo anche quelli dell'indotto), in questo modo rischia di finire in crisi come tanti altri.

Ipocrisia, controsenso, contraddizione, incapacità di governare, incapacità e basta...?

Non c'é bisogno di scoraggiare i consumi alimentari degli italiani per combattere l'obesità.

L'obesità è già stata abbondantemente debellata da Monti, che, rubando tutto dal portofogli degli italiani, li cha costretti a non mettersi più a tavola, ma a cercare gli avanzi delle varie kaste nei cassonetti dell'immondizia consumandoli in loco.

Nino Caliendo

giovedì 10 maggio 2012

Beppe Grillo, difensore dei precari, ogni mese guadagna più di 445 di loro messi insieme

Sul web e sui media c’è la corsa per denunciare quanto guadagna-no i politici.
Giuliano Amato, - che mi sta sulle palle, ma almeno capisce qualcosa di politica e di economia politica, -  incassa 31mila euro al mese, pari a 372mila euro all’anno, 1.019,18 euro al giorno.
Qualcosina in più se la mette in tasca la Fornero, che altrettanto mi sta sulle palle e molto più di Amato, ma è, nel bene e nel male, un’accademica di materie economiche: 1.100,00 euro giornalieri, che in un anno fanno un totale di oltre 401mila euro.
Poi, ci sono i generali, i colonnelli, i consulenti e altre kaste varie.
I più poverelli sono i semplici parlamentari, che, con la loro media di 150mila euro l’anno, percepiscono “appena” ogni giorno 411 euro.
Ma colui che, fra tutti, - che si chiamino politici o ipocritamente antipolitici (che poi per essere “anti” sempre “politici” bisogna essere, vista la dimostrata aspirazione alle poltrone del parlamento, aspirazione interessata che, se con vera onestà intellettuale mancasse, si chiamerebbe politica extra-parlamentare, cioè onesta lotta condotta al di fuori del parlamento povera d’introiti), - senza arte né parte, guadagna una barca di soldi recitando maldestramente il ruolo dell’antipolitica è Beppe Grillo, che tra magliette, comizi, Cd, Dvd, verndita licenze di programmi alle sedi del Movimento 5 Stelle, etc, mette insieme una media di ben oltre 5milioni di euro annui.
Basti pensare che, nel solo 2005 (fonte dichiarazione dei redditi), il fustigatore dei politici abbuffini e rubacchioni si è messo in tasca 4milioni 272mila 591 euro (4.272.591,00), pari a 356mila euro al mese: un’enormità, un anno delle entrate di Giuliano Amato.
A questo punto, se paragonato ai redditi dei parlamentari, che già sono fuori dal mondo, il reddito mensile che Beppe Grillo porta a casa facendo l’antipolitico varca la soglia dell’assurdità, per i danni reali che produce e per l’esclusivo beneficio del suo portafogli.
Per rendere un’idea dell’assurdità della cifra, - seconda sola al reddito di Berlusconi, che però non è proprio politico poiché ha un’impresa di portata internazionale e non solo un Blog e i “Vaffa” in piazza, - Grillo, in un mese, porta a casa quello che guadagnano ogni mese, tutt’insieme, 445 precari, quei precari che lui usa costantemente nel fingerne la difesa e che coglionamente lo seguono.

Nino Caliendo


Sull'argomento, leggi anche:





giovedì 3 maggio 2012

Adesione allo sciopero dei Blog indipendenti e delle bacheche dei Social Network


Questo blog aderisce allo sciopero a tempo indeterminato dei Blog indipendenti e delle bacheche dei Social Network indetto da Alternativa COBAS.


Per tutta la durata dello sciopero, il Blog non verrà aggiornato e non verranno pubblicati nuovi contenuti.


Gli aggiornamenti e le pubblicazioni saranno ripresi alla fine dello sciopero.


La rassegna delle prime pagine dei maggiori quotidiani è esclusa dall’iniziativa di sciopero.