venerdì 3 aprile 2015
giovedì 26 marzo 2015
Vaticano: fatturato di centinaia di miliardi di euro nel nome di Dio
L'IMMENSO POTERE ECONOMICO-FINANZIARIO DELLA CHIESA CATTOLICA
La Chiesa Cattolica è un'istituzione
poderosa. Si stima che i suoi adepti nel mondo siano circa 1.200.000 e che conti su un organico di 200 cardinali,
5.000 vescovi, 410.000 sacerdoti, 55.000 religiosi in genere e 740.000 suore.
Il
potere economico e finanziario di questa entità è incalcolabile. Il Vaticano
possiede la seconda riserva aurea mondiale dopo quella del tesoro degli Stati
Uniti e che i suoi investimenti immobiliari e finanziari, includano partnership
coi maggiori gruppi finanziari mondiali (Rotchild, JP Morgan, Credit Suisse ed
altri). Solo negli Stati Uniti si calcola che il Vaticano abbia investimenti
per il valore di 500 milioni di dollari in azioni di corporazioni come General
Motor, General Electric e Gulf Oil. Il suo patrimonio mondiale è fatto di quasi
un milione di complessi immobiliari, composto da edifici, fabbricati e terreni
di ogni tipo, con un valore che prudenzialmente supera i 2.000 miliardi di
euro. Può contare sullo stesso numero di ospedali, università e scuole di un
gigante come gli Stati Uniti.
E in Italia? Nessuno è al corrente
dell’entità dei fondi pubblici e delle esenzioni di cui, annualmente, beneficia
la religione che ne gode incomparabilmente più delle altre, la Chiesa cattolica
nelle sue articolazioni (Santa Sede, Cei, ordini e movimenti religiosi,
associazionismo, eccetera). Non la rendono nota né la Conferenza Episcopale
Italiana, né lo Stato. Ciononostante, abbiamo ritenuto che fosse possibile, con
ragionevole approssimazione, cercare di quantificare la cifra. Altri ci hanno
provato nel recente passato: Piergiorgio Odifreddi (“Perché non possiamo essere
cristiani”, 2007) l’ha stimata in 9 miliardi di euro l’anno, Curzio Maltese (“La
questua”, 2008) in 4,5 miliardi, l’Ares (“La casta dei casti”, 2008) in 20
miliardi. Da parte sua, il mondo cattolico fa quasi sempre riferimento alla
replica al libro di Maltese, intitolata “La vera questua”, scritta dal
giornalista di “Avvenire” Umberto Folena e liberamente scaricabile online, la
quale non contiene però alcun totale. Recentemente, nel libro "I costi
della Chiesa", l'UAAR ha stimato i costi annui della Chiesa nella cifra di
circa 6,5 miliardi, svolgendo un grande lavoro di analisi dettagliata punto per
punto. Si tratta della cifra di soldi pubblici che i cittadini italiani pagano
di fatto ogni anno ad un ente già ricchissimo.
Bisogna aggiungere poi le proprietà private
in mano alla Chiesa: secondo il gruppo Re, che da sempre fornisce consulenze a
suore e frati nel mattone, circa il 20% del patrimonio immobiliare in Italia è
in mano alla Chiesa. Un dato quasi in linea con una storica inchiesta che Paolo
Ojetti pubblicò sull'Europeo nel lontano 1977, dove riuscì per la prima volta a
calcolare che un quarto della città di Roma era di proprietà della Chiesa. Un
patrimonio immenso che però non si ferma appunto alla sola capitale dove ci
sono circa 10 mila testamenti l'anno a favore del clero e dove i soli
appartamenti gestiti da Propaganda Fide - finita nel ciclone di alcune indagini
per la gestione disinvolta di alcuni appartamenti - valgono 9 miliardi. La
Curia vanta possedimenti importanti un po' ovunque in Italia e concentrati, tra
l'altro, in gran numero nelle roccaforti bianche del passato come Veneto e
Lombardia.
Quindi se oggi il valore del patrimonio immobiliare italiano supera quota 6.400
miliardi di euro - come registrato nel rapporto del 2003 sugli immobili in Italia
realizzato dall'Agenzia del Territorio e dal dipartimento delle Finanze - si
può stimare prudenzialmente che solo nel nostro Paese il valore in mano alla
Chiesa si aggiri perlomeno intorno ai mille miliardi (circa il 15%).
Tutti questi numeri non sono confermati da
nessuno dall'interno della Chiesa, perché per molti neanche esiste una stima
ufficiosa. Ma da ambienti finanziari interpellati la cifra sembra apparire
congrua. Cifra a cui si devono aggiungere, tra l'altro, investimenti e depositi
bancari di ogni tipo. Questi sì ancora meno noti.
Al di là del tradimento palese del messaggio
evangelico fondato sulla povertà, questo incalcolabile potere sociale ed
economico spiega in buona misura l'enorme incidenza che questa entità ha negli
"affari terreni" che includono, non solo l'influenza del Vaticano
nella rotta delle politiche degli Stati, ma anche la sua influenza reazionaria
nelle pratiche culturali, educative e sessuali di milioni di persone.
Fonti:
martedì 10 febbraio 2015
Non ci credo, ma se Tsipras terrà veramente fede al suo programma...
Se il nuovo governo greco comincerà
subito a tenere fede al suo programma elettorale stabilendo il salario minimo a
750 euro mensili, la Germania del governo Merkel-Spd chiuderà la porta ad ogni
trattativa sul debito. Infatti con le “riforme” tedesche che han fatto da
modello a tutto il continente, i milioni di lavoratori precari impegnati nei
minijobs prenderebbero di meno di un lavoratore greco. È vero che ci sono le
integrazioni dello stato sociale, ma è altrettanto vero che la coerenza del
nuovo governo greco aprirebbe un fronte con una Germania anche sui tagli al welfare. Insomma la coerenza di Tsipras sarebbe
insostenibile per una classe dirigente tedesca che da anni impone terribili
sacrifici al proprio mondo del lavoro spiegando che gli altri stanno tutti peggio. Gli operai tedeschi, che
hanno subìto una delle peggiori compressioni salariali d’Europa, si chiederebbero a che pro, visto che
le cicale greche ricominciano a frinire. È per il timore del contagio sociale,
della ripresa, magari persino conflittuale, dei salari e della richiesta di welfare che si dirà no alla Grecia e non
per la questione debito.
Il debito pubblico della Grecia ruota
attorno a 350 miliardi di euro, quello interno alla Ue dovrebbe essere circa
attorno ai due terzi di quella cifra. Abbuonarne la metà significherebbe per la
Ue rinunciare a poco più di 100 miliardi. È una cifra enormenaturalmente, ma dal 2008 governi europei, Bce e sistema finanziario hanno
speso 3000 miliardi per sostenere le banche. E altri 1.000 verranno spesi nel Quantitative Easing, presentato come un
sostegno agli Stati che in realtà finanzia ancora gli istituti bancari
acquirenti di titoli di Stato. Cosa sono allora 100 miliardi di abbuono del
debito ad una Grecia che comunque non potrebbe pagarli, di fronte ai 4.000
miliardi concessi al sistema bancario e finanziario? Niente sul piano delle
dimensioni della cifra, tutto sul piano del suo significato. Come dicono
accreditate indiscrezioni, una dilazione dei pagamenti più che trentennale
sarebbe già stata concessa dalla Troika nel novembre scorso, ma naturalmente in
cambio della impegno a continuare le politiche liberiste di questi anni. Il
problema dunque è la continuità o la rottura con quelle politiche, e qui
“Syriza” e la Troika si scontreranno.
Quello che sta succedendo in Grecia e in
Spagna è qualcosa di diverso dalla storia europee delle sinistre. La politica dell’austerità sta portando tutta l’Europa meridionale verso quello che una volta si chiamava terzo mondo. Le
prime risposte vere son quindi legate a questa nuova terribile realtà. Le
socialdemocrazie si sono immolate sull’altare del rigore e le sinistre
comuniste son troppo piccole e divise per contare. Si apre così lo spazio per
forze alternative diverse da quelle del passato. In fondo il successo del M5S
aveva inizialmente questo segno, anche se sinora a quel movimento è mancata una
vera spinta sociale e la sua politica è rimasta ancorata al terreno della cosiddetta lotta per l’onestà.
Invece “Syriza” e “Podemos” somigliano sempre di più alle formazioni populiste
di sinistra che governano gran parte dell’America Latina e con questa impronta
affrontano la crisi europea e il Fiscal Compact, vedremo. Quel che è certo è che le cose
stanno cambiando, ma non da noi. Siamo stati facili profeti ad anticipare il
salto sul cavallo greco di tutto il mondo politico italiano, oramai campione di
trasformismo in Europa.
C’è ovviamente anche un calcolo
parassitario non solo elettorale. Se la Grecia ottiene qualcosa, si spera che
qualcosa tocchi anche a noi. Così tutti a fare gli Tsipras con le vongole,
dimenticando ovviamente la sostanza del programma del nuovo governo greco. Che
tradotto in Italiano significherebbe misure immediate come la cancellazione del
Jobs Act, della legge Fornero sulle pensioni, del pareggio di bilancio
costituzionalizzato. E a seguire la fine delle privatizzazioni, dei tagli alla sanità e alla scuola
pubblica, del Patto di Stabilità per gli enti locali. Attenzione, questi non
dovrebbero essere gli obiettivi strategici di un governo che promette tanto, ma
le azioni dei famosi primi cento giorni. Poi dovrebbe seguire la messa in
discussione della politica dei debiti e del debito stesso, che da quando nel 2011 Giorgio
Napolitano indicò come vincolo per le politiche diausterità è passato da 1.900 a 2.150 miliardi. Si tratta di rompere con
tutte le politiche seguite non solo dalla destra, ma dal centrosinistra in
questi anni. Come si fa allora a stare con la Grecia mentre ci si allea con il
Pd di Renzi in tutte le regioni più importanti?
Mi fermo qui perché è assolutamente
ovvio che, se non si rompe con i partiti dell’austerità, il sostegno alla
Grecia non c’è. Anche sul piano sindacale son tutti felici per le elezioni
greche. Ricordo però le tante volte che in Cgil si è usata la Grecia come
esempio di una resistenza vana. 14 scioperi generali e in quel paese non è
cambiato nulla, si diceva quando si lasciavano passare la pensione a 68 anni e
le altre riforme di Monti. E in nome della flessibilità, Cgil, Cisl e Uil son
arrivate a concordare il lavoro gratuito per migliaia di giovani precari che dovranno far funzionare
l’Expo. È quindi inutile usare il marchio greco per coprire politiche e gruppi
dirigenti responsabili o complici del nostro disastro sociale. La sola cosa
seria che si deve fare in casa nostra per sostenere la Grecia contro la Troika
è praticare la stessa rottura. Non son in grado di sapere se Tsipras sarà
coerente, ma per aiutare lui ad esserlo bisogna fare in modo che non sia solo
“Bella Ciao” l’unico legame utile all’Italia.
Giorgio Cremaschi, “La
coerenza di Tsipras e quella nostra”, da “Micromega”
del 29 gennaio 2015
Da: Idee Libre
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sabato 7 febbraio 2015
Tsipras è l’ultimo coniglio estratto dal cilindro del venerabile maestro Mario Draghi
Alexis Tsipras ha vinto con largo
margine. Si tratta di un risultato ampiamente in linea con le previsioni.
D’altronde i partiti tradizionali, a partire da “Nuova Democrazia” al Pasok, hanno negli ultimi anni
pianificato e attuato un vero e proprio sterminio in danno del popolo greco;
uno sterminio, mascherato da una melliflua retorica sul risanamento dei conti,
che ha generato un numero imprecisato di morti, ammalati, suicidi e indigenti.
In Grecia, nel cuore della civilissima Europa, è aumentata la mortalità infantile, sono cresciuti i
casi di malnutrizione e sono ricomparse malattie da degrado che parevano
sconfitte per sempre. Insomma la Troika capitanata da Draghi, Lagarde e
Juncker, successore del vile Barroso a capo della Commissione Europea, ha
oggettivamente rinverdito nell’Ellade i fasti hitleriani, inseguendo il mito
della “soluzione finale” con la stessa fanatica testardaggine che in altre
epoche accompagnò la furia sanguinaria dei vari Himmler e Goebbels.
Tra Draghi e Rosenberg, lo riconosco per
amore di verità, esiste però una differenza che sarebbe scorretto occultare:
pur condividendo entrambi nella sostanza la stessa gnosi feroce ed anti-umana,
i metodi utilizzati dai tecno-nazisti moderni sonodecisamente più sottili ed
incruenti. In sintesi, tanto i nazisti classici capitanati da Hitler quanto i
tecno-nazisti contemporanei guidati da Draghi puntano ad una selezione
eugenetica della “razza europea”; ma mentre il primo pensava di dover
salvaguardare la purezza germanica a colpi di mitraglia e campi si
concentramento, il secondo si limita in maniera darwiniana a rendere
impossibili le condizioni esistenziali delle masse popolari, perseguendo il
dissimulato scopo di far rimanere in vita solo i ceppi più resistenti, quelli
in grado cioè di adeguarsi ad una vita di fame, privazione e stenti. Il
tecno-nazismo poi, a differenza del nazismo classico, può trionfare senza
formalmente sopprimere i cardini della democrazia liberale: ovvero elezioni
periodiche e libertà di espressione.
Il senso di tale dottrina è stato
brillantemente cristallizzato tempo fa dallo stesso Draghi, bravo nel formulare
limpidamente la teoria del “pilota automatico”, quella che spiega al mondo come
e perché la dialettica formalmente democratica in voga nei rispettivi paesi
dell’area euro non possa in ogni caso influenzare per nulla il tracciato
disegnato nell’ombra dal banchiere centrale e dai suoi relativi fratelli. Per
quanto riguarda la libertà di espressione, il militare controllo dei principali
mezzi di informazione permette la costruzione in vitro di una realtà apparente
che disabilita scientificamente il senso critico della maggior parte dei
cittadini. E quand’anche la propaganda martellante dovesse infine risultare
insufficiente per favorire l’elezione del burattino di turno gradito al
Venerabile Maestro Mario Draghi, sarà sempre possibile corrompere o minacciare
gli eventuali outsider riportandoli tosto a più miti consigli.
Qualche esempio? Che fine ha fatto
l’Hollande che in campagna elettorale prometteva la fine dell’austerità? Cosa
ha fatto Renzi, a parte qualche battuta di cabaret, per invertire l’attuale
paradigma economico in voga in Europa? Domande sospese. E, alla luce dei precedenti testé citati, chi vi dice
che Tsipras non abbia già formalmente baciato la pantofola dei padroni per
godersi finalmente in tranquillità la tanto agognata ascesa al potere? Non vi pare quantomeno strana la dichiarazione con la quale Tsipras
certifica di essere un sostenitore del pareggio di bilancio? A parte i
cialtroni e gli idioti, tutti sanno come sia impossibile attuare politiche per
favorire la crescita e l’occupazione perseguendo sulla strada anti-keynesiana
del rigore dei conti. Capiremo presto se Tsipars rappresenti per davvero una
opportunità di rinascita per il suo popolo o se, più probabilmente, il suo
governo assumerà piuttosto le sembianze di una “merchant bank” indispensabile
per arricchire i tanti lanzichenecchi rossi finalmente entrati nelle stanze
del potere. In Italia di simili prassi ne sappiamo certamente qualcosa.
Ogni cambiamento epocale deve
essere preceduto da un segno che attesti urbi et orbi e in forme eclatanti la
fine del vecchio mondo. Il nazismo classico non è più riemerso perché in molti
si ricordano ancora oggi i corpi dei gerarchi nazisti penzolanti sulla forca. Se
Tsipras intende davvero dichiarare sconfitto per sempre il tecno-nazismo greco
personificato dai vari Samaras e Venizelos, apra fin da subito una discussione
all’interno del Parlamento al fine di chiarire la natura, stragista o meno,
degli ultimi governi alternatisi al potere. Samaras e Venizelos potranno cioè
rispondere liberamente alle domande di una libera e democratica commissione
d’inchiesta, chiamata appositamente a verificare l’eventuale dolosa
consumazione di ripetuti “crimini contro l’umanità”. Se Tsipras, come credo,
non farà nulla di tutto ciò, sarà chiara immediatamente a tutti la natura falsa
ed infingarda del giovane pifferaio greco.
Francesco Maria Toscano, “Alexis Tsipras è l’ultimo coniglio
estratto dal cilindro del venerabile maestro Mario Draghi?”, dal blog “Il Moralista” del 29 gennaio 2015
da: Idee Libre
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sabato 17 gennaio 2015
Parigi: potenti alla testa del corteo? Un falso storico dei media prezzolati
Reclutano terroristi, poi fingono di piangere
Tutti i principali media hanno diffuso l’immagine dei capi di Stato a
braccetto in testa al corteo, in una Parigi diventata capitale del mondo come
ha detto, rispolverando antica grandeur, Hollande. Ebbene, questa immagine è un
falso costruito e alimentato ad arte. Come mostrano le foto indipendenti che si
trovano solo su Internet, i capi di Stato e governo sfilavano da soli in una
via deserta isolata dal mondo dalle forze di sicurezza. Altrove sfilava il
popolo, che con le origini e motivazioni le più diverse mostrava il suo sdegno
per la strage infame commessa dai fondamentalisti islamici. Ma il corteo dei
200 potenti non era alla testa dei milioni scesi in piazza, forse con molti di
loro non sarebbe stato neppure in connessione. Sono i mass media ad aver costruito questo legame, questa rappresentanza
degli uni rispetto agli altri, e questa è semplicemente moderna e sapiente
propaganda bellica. Siamo in guerra, dicono mass media e finta testa del corteo, ma chi è in guerra, contro chi e per quale scopo deve restare
indeterminato per lasciare spazio ad ogni manovra.
Con il massimo della malafede
intellettuale si usa la denuncia
di Papa Francesco contro una guerra mondiale
a pezzi che andrebbe fermata, per sostenere all’opposto che essa vada condotta
fino alla vittoria. Alla fine l’unico concetto che rimane è quello della guerra di
civiltà tra i valori democratici occidentali e il fanatismo terrorista. Sulle
dimensioni della guerra e degli
avversari ci si divide sia nella finta testa del corteo di Parigi, sia tra di
essa e le forze populiste e xenofobe escluse. Ci si divide su modalità ed
estensione della guerra, ma non sul
fatto di farla. Eppure fin dal 1991 siamo in conflitto armato contro i nuovi
Hitler e forse il massacro di Parigi dovrebbe imporre una riflessione su 24
anni di guerre per la democrazia e sui
loro risultati. Invece si reagisce sempre allo stesso modo. Ho visto in
televisione l’ex presidente francese Sarkozy esaltare l’unità della nazione di
fronte al terrorismo. E ho pensato alla sua decisione di bombardare la Libia
per sostenere i ribelli contro Gheddafi. Ricordo anche le vibranti parole di
Giorgio Napolitano a sostegno di quella azione militare. Che ha avuto pieno
successo, Gheddafi è stato trucidato e ora in Libia dilagano tutte le
organizzazioni del terrorismo fondamentalista islamico.
Gli spietati assassini di Parigi sono
cittadini francesi che hanno fatto il loro apprendistato militare contro Assad
in Siria. E Hollande tuttora insiste per un maggior impegno militare della Nato
a sostegno dei ribelli siriani. Obama ha lanciato per primo l’appello contro
quell’Isis i cui gruppi dirigenti sono stati addestrati dagli Usa sia in funzione anti Siria che anti Iran. Gli
occidentali si stanno ritirando dall’Afghanistan dove hanno sostanzialmente
perso la guerra, condotta ora
contro quei talebani armati e istruiti a suo tempo dagli Usa contro l’occupazione sovietica del paese. In Somalia
negli anni ‘90 ci fu un colossale intervento militare guidato dagli Usa. Ora quel paese non è più uno Stato e scopriamo di
mantenere ancora lì delle truppe quando son minacciate da questa o quella banda
di signori della guerra. In Kosovo
D’Alema mandò i suoi bombardieri per difendere la libertà dei popoli. Ora
quello è uno Stato canaglia in mano alle multinazionali del crimine e anche una
evidente via di transito e rifornimento per i terrorismi, forse anche per gli
assassini francesi.
Da quel 1991 quando Bush padre trascinò
il mondo nella prima guerra contro
l’Iraq di Saddam, gli interventi militari dell’Occidente son stati molteplici e
tutti dichiaratamente a favore della democrazia. Abbiamo
esportato la democrazia con le
armi e abbiamo importato il terrorismo fondamentalista. Ma nonostante tutto lo
scambio continua. In Ucraina i nazisti di tutta Europa si son dati convegno a sostegno del governo
appoggiato da Ue e Nato. Lì stanno facendo la loro scuola militare, il loro
apprendistato, poi li vedremo all’opera in tutta Europa. Farsi sbranare dai mostri che si sono allevati è la
coazione a ripetere che l’Occidente non riesce a interrompere. Anzi, di nuovo
risuonano gli stessi appelli e le stesse strumentalità che abbiamo sentito
negli ultimi decenni. Per combattere davvero questo terrorismo, l’Occidente e
l’Europa dovrebbero cambiare politica economica e militare, anzi dovrebbero mettere in
discussione la stessa coalizione che le definisce. Da un quarto di secolo
l’Occidente pratica politiche liberiste di austerità e le accompagna con guerre
umanitarie in difesa della democrazia. L’Unione Sovietica non c’è più, ma la Nato esiste e chiede ancora più tributi.
L’arsenale nucleare cresce e continua a minacciare la stessa esistenza umana
anche se, per ora, non è in mano ai terroristi.
Non sono un pacifista gandhiano, voglio
sconfiggere iI fondamentalismo islamico e con esso ogni oscurantismo religioso
e politico, compreso il ritorno del fascismo e del razzismo europei. Ma le
politiche economiche e di guerra della
coalizione occidentale hanno prodotto sinora un solo risultato, hanno diffuso e
rafforzato il nemico che han dichiarato di voler combattere. Per questo la
destra integralista occidentale rivendica una guerra totale vera e non le si può ipocritamente
rispondere che basta una guerra in modica
quantità. Da noi dopo decenni di precarizzazione del lavoro senza risultati
occupazionali, Renzi ha convinto il Pd ad abolire quell’articolo 18 contro cui
si era sempre scagliata la destra economica. Se sulla guerra si seguisse la stessa logica dopo 24 anni di
fallimenti, non resterebbe che una vera completa guerra mondiale. Se si vuole abbattere il mostro che le
stesse guerre democratiche dell’Occidente hanno creato e alimentato ci sono
precise scelte di rottura da compiere. La prima è sciogliere la Nato e
costruire una vera coalizione mondiale, con Russia, Cina, Iran, India, America
Latina, Sudafrica. Il primo atto di questa nuova coalizione dovrebbe essere la
fine della corsa agli armamenti e lo smantellamento del nucleare, che non
dovrebbe servire contro il terrorismo.
Questa coalizione dovrebbe operare
dentro l’Onu e non con la guerra ma con
una azione comune a sostegno delle forze che si oppongono al fondamentalismo,
come timidamente e contraddittoriamente si fa con i Curdi a Kobane. Questa
coalizione dovrebbe avere come primo alleato sul posto il popolo palestinese e
dovrebbe costringere Israele a tornare sui confini del ‘67 e a riconoscere lo
Stato di questo popolo oppresso. Questa coalizione dovrebbe abbandonare le
alleanze con i finti moderati, corresponsabili della crescita del terrorismo
islamico. Parlo dell’Arabia Saudita e delle altre monarchie del petrolio, vera
baseculturale e finanziaria del fondamentalismo. Infine bisogna cambiare le
politiche interne, perché non bisogna essere marxisti ortodossi per affermare
ciò di cui erano consapevoli i democratici che sconfissero il nazifascismo. E
cioè che la disoccupazione e l’ingiustizia sociale sono da sempre il brodo di
coltura di dittature e guerra.
Bisogna cancellare le politiche di
austerità e riprendere quelle di eguaglianza sociale, bisogna finirla con
l’assecondare quella guerra economica
permanente che è stata chiamata globalizzazione. Solo così sarà più facile
riconquistare quelle periferie emarginate, ove si scontrano il rancore
fondamentalista con quello xenofobo.
Onestamente credo poco che la finta
testa del corteo di Parigi, che di questo disastro venticinquennale è
responsabile, sia in grado di cambiare. Per questo bisogna respingere l’appello
all’unità nazionale dietro di essa e costruire ad essa un’alternativa.
Altrimenti tra poco potremmo sentirci dire in qualche talkshow che il solo modo
per sconfiggere un miliardo e mezzo di minacciosi musulmani è far ricorso al
nucleare. In fondo non è già stata usato per concludere una guerra?
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Da: Idee Libre
venerdì 9 gennaio 2015
La strage di Parigi, la potente loggia Hathor Pentalpha e i legami con Isis
Scopo principale del connubio Hathor Pental-pha e Isis?
La Hathor Pentalpha è una Ur-Lodge eretica e incontrollabile, punto nevralgico e occulto di una strategia del terrore senza patria e senza confini.
Le menti del commissariamento mondiale si nascondono dietro vari nomi: oligarchia, impero, tecnocrati, destra economica, finanza, banche, neo-capitalismo. Ma lo scopo finale è sempre lo stesso: depauperizzare le masse e sottometterle ai loro voleri.
La globalizzazione violenta, a mano armata. Un progetto criminale, deviato, spietato, coltivato e attuato da criminali.
Hathor è il nome meno conosciuto della divinità egizia Iside (ovvero Isis).
Attorno a costoro, una corte di politici, capi di Stato, economisti, giornalisti, oltre che americani, anche italiani.ed europei, da Antonio Martino e Marcello Pera a Josè Maria Aznar e Nicolas Sarkozy.
Tutti a ripetere la canzoncina bugiarda del neoliberismo: lo Stato non conta più, è roba vecchia, a regolare il mondo basta e avanza il “libero mercato”.
Peccato che il paradiso golpista dell’élite non possa prescindere dallo Stato, l’ingombrante monopolista della moneta e delle tasse. Lo Stato va quindi conquistato, occupato “militarmente”per via elettorale manovrata ad hoc in barba alla Costituzione. Deve capitolare, rinnegare la sua funzione storica, servire le multinazionali e non più i cittadini, che devono semplicemente ridiventare sudditi, pagare sempre più tasse, veder sparire i diritti conquistati in due secoli, elemosinare un lavoro precario e sottopagato.
Siamo in presenza di una cinica operazione di manipolazione su larghissima scala, così raffinata e precisa da obnubilare la capacità di discernimento di gran parte della pubblica opinione
L’arma principale che usano? Il terrorismo per zittire i ribelli e la guerra di religione per provocare lo scontro di civiltà e fa re così il gioco dell’alta finanza.
L’Islam non c’entra nulla con gli attentati parigini di oggi così come non c’entrava nulla con l’attacco alle Torri Gemelle di ieri, trattandosi in realtà di stragi orchestrate da uomini che strumentalizzano il cielo delle religioni per comandare in terra.
Negli articoli che seguono si fa il nome di Jeb Bush, all'anagrafe John Ellis Bush (Midland, 11 febbraio 1953), il quale è un politico statunitense. Repubblicano, ha occupato
la carica di 43º governatore della Florida sino
al 2007.
Jeb è un esponente della famiglia Bush: è infatti
figlio del 41° presidente degli Stati Uniti George Herbert Walker Bush e fratello
minore del 43°George W. Bush.
Speciale/Inchiesta di Nino Caliendo
Hathor-Isis, il clan occulto del terrore e la strage di Parigi
Il 16 dicembre del 2014, sulla scia di alcuni attentati appena
avvenuti in Pakistan ed Australia, avevo scritto un pezzo dal titolo “Esiste un
nesso fra la discesa in campo di Jeb Bush e l’aggravarsi della recrudescenza
terroristica di matrice talebana?”. All’interno dell’articolo in questione,
frutto di una attenta meditazione di alcuni preziosi spunti contenuti nel libro
“Massoni” scritto da Gioele Magaldi, delineavo uno spaccato in grado di
evidenziare il palese nesso di causalità che lega il rinnovato protagonismo
della famiglia Bush in politica con
l’improvviso riesplodere su scala planetaria del terrorismo islamico. Il
califfo dell’Isis Abu Bakr Al Baghdadi, perfettamente calatosi nei panni di un
nuovo Bin Laden, risulta infatti affiliato presso la Ur-Lodge Hathor Pentalpha,
officina del sangue e della vendetta fondata da Bush padre in compagnia di
personaggi del calibro di Dick Cheney, Don Rumsfeld, Bill Kristol, Sam
Huntington, Tony Blair, Paul Wolfowitz e molti altri ancora. Una superloggia,
cresciuta negli anni come una mala-pianta, che annovera al proprio interno pure
ex capi di Stato europei come Josè Maria Aznar e Nicolas Sarkozy.
Anche gli italiani Antonio Martino e Marcello Pera sono organici
alla Hathor Pentalpha, mentre a Silvio Berlusconi, pur
formalmente proposto nel 2003 da George W. Bush in persona, non è mai stato
concesso di accedere direttamente ai lavori di questo perverso quanto elitario
consesso (“Massoni”, pag. 537). La Hathor Pentalpha è una Ur-Lodge eretica e
incontrollabile, punto nevralgico e occulto di una strategia del terrore senza
patria e senza confini. A chi serve una escalation criminale e sanguinaria
presuntivamente ispirata da una fanatica interpretazione dell’insegnamento del
profeta Maometto? Serve a tutti quelli che hanno bisogno di alcune pezze
d’appoggio indispensabili per pianificare e giustificare la prosecuzione di
quello “scontro di civiltà” teorizzato non a caso da un gruppo di intellettuali
che orbitano intorno al think-tank Pnac, schermo paramassonico etero-diretto
dagli iniziati della Hathor Pentalpha. L’Islam non c’entra nulla con gli
attentati parigini di oggi così come non c’entrava nulla con l’attacco alle
Torri Gemelle di ieri, trattandosi in realtà di stragi orchestrate da uomini
che strumentalizzano il cielo per comandare in terra.
Se così non fosse, come spiegare altrimenti la presenza
all’interno della superloggia Hathor Pentalpha di personaggi formalmente
espressione di differenti declinazioni dell’Islam politico, come il sultano
dell’Oman, quello del Bahrein, o come i principi regnanti dell’Arabia Saudita?
Siamo quindi in presenza di una cinica operazione di manipolazione su
larghissima scala, così raffinata e precisa da obnubilare la capacità di
discernimento non solo della gran parte della pubblica opinione, ma anche di
molti aspiranti intellettuali alla Ernesto Galli della Loggia, protagonista
odierno di uno sgangherato editoriale uscito sul “Corriere della Sera” che di
buono conserva solo il titolo (“L’undici settembre europeo”). L’ignobile
attacco costato la vita ai giornalisti e ai vignettisti di “Charlie Hebdo”
ricorda davvero i fatti dell’undici settembre; ma non perché, come crede nella
sua beata innocenza Galli della Loggia, l’eccidio di ieri testimonia la mai
sopita furia di gruppi appartenenti alla galassia del fanatismo islamico (buonanotte,
Ernesto!); quanto perché, al contrario, sia i tragici fatti del 2001 che quelli
appena accaduti sembrano portare in controluce i segni della stessa identica
superloggia, quella dedicata alla divinità egizia Hathor, altrimenti detta
Iside (ovvero Isis).
La domanda giusta a questo punto è un’altra: perché colpire la Francia? Forse per consentire a Marine Le Pen di vincere le
prossime elezioni presidenziali
cavalcando con sapienza i crescenti e comprensibili sentimenti di ostilità nei
confronti del diverso? Esistono politici francesi, oltre Sarkozy, certamente
organici alla Hathor Pentalpha? Forse, provando a trovare risposte a simili
interrogativi sarà possibile rendere giustizia alle povere vittime di un
attacco barbarico e riprovevole che ripugna le coscienze dei giusti. (Nb: Aver
citato alcuni personaggi, italiani o stranieri, come appartenenti ad una
determinata Ur-Lodge – nel caso di specie, la Hathor Pentalpha – non rende
costoro automaticamente responsabili di eventuali atti o strategie efferate
compiute da singoli individui o gruppi affiliati alla medesima superloggia.
Punto quest’ultimo peraltro chiarito a più riprese nelle pagine del libro
“Massoni”).
Francesco Maria Toscano, “L’eccidio parigino e l’ombra lunga
della Ur-Lodge Hathor Pentalpha”, dal blog “Il Moralista” dell’8 gennaio 2015
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Renzi, Berlusconi, Napolitano e la super-massoneria nel libro choc di Magaldi
La massoneria? È dappertutto. Ma non le semplici logge che tutti conosciamo e che, par
di capire, svolgono un ruolo marginale e minoritario. A far girare il mondo ci
pensano le esclusive e potentissime Ur-Lodges.
Parola di Gioele
Magaldi, Gran Maestro del Grande Oriente Democratico, diramazione
massonica “progressista” sorta in polemica con il Grande Oriente d’Italia, e
ora uscito in libreria con un dirompente Massoni (Chiarelettere),
i cui contenuti sono stati rivelati da affaritaliani.it e dall’edizione
del Fatto quotidiano oggi in edicola.
La tesi di Magaldi – che parla, a suo
dire, per conoscenza diretta e dopo aver visto documenti segretissimi che però
non cita – è che il mondo sarebbe controllato da 36
super-logge.
Alcune sono neoaristocratiche e
vorrebbero restaurare il potere degli oligarchi, altre sono progressiste, fedeli al motto
“Liberté Égalité Fraternité”. Tra le prime, Magaldi cita la Edmund Burke, la
Compass Star-Rose, la Leviathan la Three Eyes, la White Eagle, la Hathor
Pentalpha. La più importante super-loggia progressista sarebbe invece la Thomas
Paine. A quest’ultima appartiene lo stesso autore del libro, che parteggia per
lo schieramento democratico in questo conflitto quasi cosmico fra bene e male.
Ovviamente la storia letta alla luce delle
rivelazioni di Magaldi è interamente spiegabile in chiave massonica: il fascismo, il comunismo, Al
Qaeda, l’Isis, tutto è manovrato, tutto è pilotato. Il califfoAl-Baghdadi, per esempio, è stato
catturato a suo tempo dagli Usa, ma l’hanno poi liberato dopo che è diventato
massone.
Fra i “massoni di Magaldi” figurano
Napolitano, Draghi, Berlusconi, Hollande, Merkel, Putin, Gandhi, Papa Giovanni
XXIII, Mozart, Mazzini, Garibaldi, Obama, Chaplin, Lagarde, Blair, Padoan,
Roosevelt e tantissimi altri.
Ne viene fuori che Silvio Berlusconi è “un attento cultore
di astrologia, uno studioso di esoterismo egizio, un frequentatore del
milieu massonico internazionale con strette relazioni negli ambienti
latomistici angloamericani più conservatori”.
Anche Napolitano e Draghi, secondo quanto
riportato nel libro, sarebbero legati ai medesimi giri di potere
super-esclusivo, mentre Renzi
sarebbe “un aspirante massone elitario” al quale “ancor non è stato
accordato l’accesso a una almeno delle superlogge sovranazionali”.
E il celebre editoriale del direttore del Corriere della Sera De Bortoli su Renzi e lo
“stantio odore della massoneria” dietro al patto del Nazareno sarebbe
inquadrabile come un avvertimento giunto dalle Ur-Lodges.
Un quadro apocalittico, in cui al
solito tracce interessanti e piste verosimili
si mescolano a panorami parodistici alla Dan Brown. Del resto perché un
membro delle più potenti, esclusive e riservate logge della storia dovrebbe
riversare informazioni acquisite in anni di frequentazioni occulte in un libro
liberamente acquistabile in libreria? Forse c’è solo molta esagerazione. O forse il libro che svela il Grande
Piano fa a a sua volta parte del Grande Piano.
Adriano Scianca
Charlie Hebdo: lo scontro di civiltà fa il gioco dell’alta finanza”
L’attentato a Charlie Hebdo? Per il
filosofo Diego Fusaro si tratta di un
“fatto osceno” che ci porta “in un’epoca di neofeudalesimo”. Ma attenzione: “Il
vero islam non è questo, lo scontro di civiltà fa il gioco dell’alta finanza”.
Fusaro, ha visto
le terribili immagini della Francia? Cosa ne pensa?
«Bisogna ovviamente vedere gli sviluppi e
i retroscena, però mi sembra davvero che stiamo entrando in un’epoca di
neofeudalesimo. C’è una regressione della libertà anche nella magnificata
Europa. Ma al di là di tutto questo, ovviamente ciò che è successo è un fatto osceno.
Io sono per ogni libertà di satira e di espressione».
Ora
nell’opinione pubblica occidentale riprenderà quota la tesi dello scontro di
civiltà. È il modo giusto di affrontare questi avvenimenti?
«No, anzi, proprio ora bisogna ribadire
che l’islam non è questo e che il cristianesimo non sono le crociate».
Ma allora come
se ne esce?
«Se ne esce con l’islam che condanna fatti
come questi. Ricordiamoci che lo scontro di civiltà fa il gioco dell’alta
finanza».
A proposito di
alta finanza: cambiamo argomento e parliamo di Tsipras. I sondaggi lo danno in
testa e lui si affretta a rassicurare l’Europa sul fatto che non vuole uscire
dall’Euro. Che sinistra è questa?
«È la sinistra del capitale, che ha
tradito i lavoratori e i popoli. Tsipras è la sinistra del gruppo Bilderberg.
Con una sinistra così non c’è più bisogno della destra».
E le sue
rassicurazioni all’Ue?
«Voler riformate l’Ue senza toccare
l’Euro, come dice Tsipras, è come voler riformare il nazismo senza toccare i
lager o riformare lo stalinismo senza toccare i gulag».
Nei giorni
scorsi si è parlato di un via libera tedesco a una eventuale uscita dalla
Grecia dall’Euro…
«Sarà stata una boutade. La Grecia non può
uscire dall’Euro e non perché sia così importante da un punto di vista
finanziario, ma perché se esce Atene tutti gli altri diranno: se escono loro lo
facciamo anche noi».
Adriano Scianca
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