giovedì 20 agosto 2015

Renzi, vattene a quel paese. A noi serve un governo che ci salvi dalla UE

A otto anni di distanza dall’inizio della crisi economica in Usa e in Europa (e a sei della sua fittizia trasformazione, da crisi del sistema finanziario privato a crisi del debito pubblico), l’Italia si ritrova con un governo allineato con le posizioni più regressive della Troika pilotata da Berlino e senza avere la minima idea sulle cause reali della crisi, e meno che mai delle strade per uscirne. Nonostante la propaganda mediatica di Renzi, afferma il sociologo Luciano Gallino, in realtà la situazione del paese è drammatica, e il dilettantismo del governo non fa che peggiorarla: l’Italia «ha bisogno urgente di un altro governo, che abbia compreso le cause strutturali della crisi», e che «sappia mobilitare nel paese le competenze per superarle». Missione impossibile? «E’ vero, ma è meglio immaginare l’impossibile che darsi alla disperazione», scrive Gallino in un intervento sul sito della Fiom, nel quale analizza a fondo la “trappola” dell’Unione Europea, basata sull’euro, di cui proprio l’Italia è tra le principali vittime.
Gallino accusa gli intellettuali di aver scambiato l’Ue per l’Europa dei popoli, trionfo dell’identità culturale europea. Secono il sociologo, sbagliarono anche gli economisti «nel credere e far credere che le grandi differenze di struttura industriale, produttività, composizione delle forze di lavoro, relazioni sindacali, ricerca e sviluppo, scambi con l’estero esistenti tra i vari Stati membri sarebbero state colmate verso l’alto grazie ai benefici effetti di una moneta unica, l’euro». Infine, “sbagliarono” i capi di Stato e di governo nel credere che l’Unione, in quanto fondata sul principio “uno Stato (piccolo o grande che fosse) uguale un voto”, sarebbe servita a contenere il predominio economico e politico della Germania. «Beninteso, non ci furono soltanto errori», ammette Gallino. «A porre le basi del Trattato di Maastricht sin dai primi anni del secondo dopoguerra fu il potere economico-finanziario europeo, tramite fior di associazioni neoliberali che rappresentavano e tuttora ne rappresentano la voce e il braccio politico». Tra di esse la Società Mont Pelérin, la Trilaterale, il Bildeberg, la Tavola Rotonda degli Industriali, la Adam Smith Society, alle quali si è aggiunto più tardi il Forum Mondiale di Davos.
E’ la super-élite che Paolo Barnard chiama il “Vero Potere”, nel suo profetico saggio “Il più grande crimine”, scritto con larghissimo anticipo sulla devastazione che la “crisi” avrebbe scatenato. Istituzioni internazionali come l’Ocse, aggiunge Gallino, «si sono impegnate senza tregua sin dall’inizio per far sì che il Trattato Ue contenesse le più incisive norme possibili a favore della liberalizzazione dei movimenti di capitale». E attenzione: «La componente monetaria dell’Unione, fondamentale per il suo funzionamento, è stata dettata sin nei particolari dalla Germania». Nei suoi colloqui con il presidente francese Mitterrand, il cancelliere Kohl «fu irremovibile nel pretendere che l’euro fosse il più possibile simile al marco; che la Bce fosse dichiarata per statuto indipendente dai governi, una clausola mai vista negli statuti delle banche centrali di tutto il mondo: tant’è vero che essa si è presto rivelata essere un organo prettamente politico, che invia lettere durissime agli Stati membri, Italia compresa, affinché taglino sanità, pensioni e salari». Scontato, poi, che la stessa Bce avesse sede in una città tedesca, Francoforte.
«Su queste basi – continua Gallino – l’euro è stato giustamente definito il più efficace strumento mai inventato per tenere bassi i salari, demolire lo stato sociale e liquidare il diritto del lavoro». A meno di 25 anni dalla sua fondazione e meno di 15 dall’introduzione della moneta unica, la Ue sta andando verso il disastro: «Tra il 2008 e il 2010 i governi Ue hanno speso o impegnato 4.500 miliardi di euro per salvare le banche, ma non sono riusciti a trovarne 300 per salvare la Grecia, la cui uscita incontrollata dall’euro potrebbe far implodere l’intera Ue». Gli squilibri tra gli Stati membri sono aumentati, anziché diminuire, a tutti vantaggio dell’élite tedesca: «Ad onta della normativa Ue che impone di limitare l’eccedenza export-import, la Germania continua ad avere eccedenze dell’ordine di 160-170 miliardi l’anno, uno squilibrio che potrebbe contribuire al fallimento dell’Unione». Intanto, la disoccupazione è diventata una piaga storica, una tragedia che ormai colpisce 25 milioni di persone. Quelle a rischio povertà sono oltre 100 milioni. E in vari paesi – Grecia, Italia, Spagna – la inoccupazione giovanile oscilla tra il 40 e il 50%, un tasso mai visto da quando essa viene censita.
Le disastrose politiche di austerità imposte dai governi per conto delle istituzioni Ue (in aperta violazione delle leggi internazionali sul diritti dell’uomo) hanno colpito con durezza i sistemi di protezione sociale e l’istruzione, hanno paralizzato la manutenzione delle infrastrutture (ponti, dighe, strade, trasporti, viadotti, argini: per risanarli ci vorranno migliaia di miliardi). Le misure di austerity hanno spinto nella povertà altre masse di persone, anche in quella Germania «che proprio dell’impoverimento dei vicini aveva fatto il perno della sua politica economica». La popolazione, continua Gallino, reagisce a quanto avviene in due modi: non andando a votare nella misura del 60% per l’unico organo Ue democraticamente eletto, il Parlamento Europeo, con punte dell’80% nei nuovi Stati membri, e dando «un largo e crescente consenso alle formazioni di estrema destra, in Francia, Italia, Polonia, Ungheria». Gli elettori non hanno memoria del pericolo che l’estrema destra rappresenta per la democrazia? In realtà, «nella Ue la democrazia è stata già da tempo svuotata di senso dalla oligarchia politico-finanziaria di Bruxelles e dintorni».
Data la situazione attuale, Gallino vede solo due possibilità, una peggio dell’altra: un collasso catastrofico dell’Unione Europea oppure la sopravvivenza dell’euro-regime, che finirebbe di vampirizzare gli Stati membri, fino all’ultima goccia di sangue. Un crollo potrebbe essere innescato da un singolo paese, «costretto a uscire dall’euro perché a causa del suo bilancio pubblico strangolato dalle politiche di austerità non riesce a pagare i suoi creditori privati, i quali sono tanto stupidi da non rendersi conto che è sempre meglio un debitore che paga poco, in ritardo e a rate, di un debitore che non può pagare niente perché è stato imprigionato a causa del suo debito». Gallino ricorda lo scrittore Daniel Defoe: imprigionato per debito nel 1692, riuscì a convincere il governo inglese a introdurre una riforma che permetteva al debitore di continuare a lavorare e produrre reddito, in modo da poter rimborsare almeno in parte i suoi creditori piuttosto che marcire inoperoso in prigione. «Al confronto, la Troika è in ritardo di tre secoli».
L’altro rischio “sistemico” è quello rappresentato dalle grandi banche, zeppe di titoli tossici. Lo stesso Barnard ha più volte denunciato il caso della Deutsche Bank, che sarebbe esposta per una cifra mostruosa, 70.000 miliardi di euro. «E’ la banca più fallita del mondo: un buco visibile anche dalla Luna». Dall’inizio della crisi, scrive Gallino, alcune delle maggiori banche europee, a cominciare dalla britannica Hsbc, hanno pagato decine di miliardi di dollari a causa di varie penalità che hanno accettato di pagare alle autorità americane ed europee per non arrivare a un processo relativo alle loro infinite violazioni delle leggi finanziarie. «Ma è possibile che a un certo punto un processo arrivi, e le sue conseguenze siano tali che la banca interessata fallisce perché né il suo governo né le istituzioni europee dispongono più dei mezzi per salvarla, da cui un effetto domino che travolge sia la Ue che l’euro».
Il secondo scenario prevede invece che la Ue e l’euro sopravvivano alla meglio per altri venti o trent’anni, «cucendo rappezzo su rappezzo istituzionale per far fronte ai sempre più diffusi segni di malcontento di nove decimi della popolazione, impoverita e tartassata dal lavoro che manca, dalla distruzione dei sistemi di protezione sociale, dai continui diktat oligarchici della Commissione Europea e delle Bce che esautorano totalmente i governi nazionali senza dare nulla in cambio». Intanto, «il decimo al vertice della stratificazione sociale continua ad arricchirsi a spese degli altri nove: dopotutto, è per esso che i trattati Ue sono stati confezionati». Uscirne sarebbe facile, dice Gallino (è la stessa tesi di Marine Le Pen). Ovvero: la Ue dispone la soppressione consensuale dell’euro e il ritorno alle monete nazionali, con parità iniziale di 1 rispetto all’euro. «Si potrebbe anche prevedere che l’uscita dall’euro sia decisa paese per paese, di modo che se qualche Stato membro lo volesse fare ne avrebbe facoltà, mentre altri potrebbero tenersi l’euro».
Anche la soppressione dell’euro presenta dei rischi? «In ogni caso, sarebbero inferiori a quelli che oggi corre la Ue sia per i suoi difetti strutturali, sia per la possibilità che l’uscita improvvisa di un paese – si tratti della Grexit, della Brexit (sebbene la Gran Bretagna non abbia l’euro) o altro – rechi seri danni agli altri». Di certo i rischi «sarebbero accentuati dai paesi – in primo luogo la Germania – che dall’euro hanno tratto i maggiori vantaggi». Piano-B: mantenere in vita l’euro facendo però circolare una moneta fiscale parallela, nazionale. «Da moneta unica, l’euro diventerebbe così una moneta comune». Moneta “fiscale”: significa che suo il valore sarebbe assicurato dal fatto che essa verrebbe accettata per il pagamento delle imposte, e sarebbe comunque garantita dalle entrate fiscali. Se ne parla da tempo in Francia, nel Regno Unito e anche in Germania. Il problema è politico: chi mai avanzerebbe la richiesta di abbandonare o sterilizzare l’euro? Forse la Grecia, forse la Spagna nel caso in autunno vincesse “Podemos”. «Da parte del governo italiano in carica un atto simile è inimmaginabile, essendo il medesimo del tutto allineato sui rovinosi dogmi di Bruxelles».


mercoledì 19 agosto 2015

Poste Italiane in super-attivo? Renzi e sindacati le regalano

La collocazione in Borsa prevista per l’autunno annuncia, di fatto, la rapida privatizzazione di Poste Italiane: l’Italia si appresta così a perdere quasi mezzo miliardo di utile netto all’anno, in cambio di forse 4 miliardi, certo non rilevanti per alleviare il peso del debito pubblico che, una volta denominato in euro, si è fatto insostenibile.
L’intento, per la controllata del ministero dell’economia e delle finanze, è di procedere speditamente verso la cessione del 40% del gruppo. In un’intervista rilasciata al “Sole 24 Ore”, Luisa Todini, presidente di Poste Italiane, ha confermato che il prospetto informativo depositato in Consob è già stato integrato con la nuova governance societaria approvata dall’assemblea dei soci.
«Lavoriamo perchè il debutto in Borsa avvenga in autunno», conferma la Todini, «possiamo immaginare tra fine ottobre e inizio novembre». La Todini ha rimarcato che la scelta di fissare la soglia al possesso azionario al livello più elevato possibile, pari al 5%, è stata voluta dal Tesoro con l’auspicio di incoraggiare i grandi investitori ad acquistare quote importanti dell’azienda evitando il frazionamento del capitale.
Banca del Mezzogiorno (che fa parte del gruppo Poste Italiane) entrerà nel perimetro di quotazione, rinviando ogni decisione su «come valorizzarla al meglio», ha aggiunto la Todini. I conti semestrali di Poste Italiane, scrive Giuseppe Maneggio su “Il Primato Nazionale”, hanno evidenziato un utile netto di 435 milioni di euro, sostanzialmente raddoppiato rispetto ai 222 milioni dello stesso periodo dello scorso anno. I ricavi totali, inclusivi dei premi assicurativi, sono in crescita del 7% a 16 miliardi di euro, sospinti dal comparto assicurativo (+10,9% a 11,2 miliardi) e dalla tenuta del comparto finanziario (2,9 miliardi), che hanno più che compensato la flessione dei ricavi per la corrispondenza. «Un’azienda profittevole, Poste Italiane, che conferma il trend di crescita avuto nell’ultimo lustro anche grazie alle strategiche società controllate, tra cui Sda Express Courier».
Le intenzioni del governo sono chiare, continua Maneggio: l’esecutivo guidato da Matteo Renzi intente mettere sul mercato il 40% del gruppo postale. Di questa quota circa il 30% andrà al pubblico “retail” con una porzione corposa riservata ai 145.000 dipendenti. Il Tesoro pensa di poter così incassare circa 4 miliardi dalla privatizzazione. «Briciole, nel mare infinito degli oltre 2.000 miliardi del debito pubblico, nel caso fosse questa la ragione sbandierata». Soldi, peraltro, «assolutamente inutili nel caso si volesse racimolare della liquidità per abbassare (forse) qualche imposta o tassa». Intanto, «gli oltre 400 milioni di utile netto che lo Stato incassa oggi, domani non li avrà più. Facile immaginare da dove verranno presi negli anni successivi».

lunedì 17 agosto 2015

L'Euro è soltanto uno dei travestimenti del marco tedesco?

L'EURO E' SOLTANTO IL MARCO TRAVESTITO?
E SVIZZERA E INGHILTERRA CHE FINE HANNO FATTO, NEL SILENZIO DEI MEDIA DI REGIME?
Avete notato che dell’Inghilterra, a parte i gossip sulla famiglia reale, i media ignorano paradossalmente gli accadimenti, in special modo quelli politici ed economici?
Sarà perché gli inglesi sono vivi, vegeti e felici del loro stato sociale che noi possiamo solo sognare?
Sarà perché riescono a mettere tutti i giorni il piatto a tavola senza problemi, hanno il reddito di cittadinanza e pensioni dignitose?
Sarà perché ai nostri cocontinentali non piace l’euro ed hanno la loro moneta sovrana e non simpatizzano nemmeno per l’Unione Europea?
E della Svizzera cosa mi dite? Perché i media non ne parlano mai?
Eppure si trova a un passo da noi. Ha una politica sociale di tutto rispetto, un’economia sana e crescente, disoccupazione ai minimi fisiologici, una moneta sua che tiene banco, non ha mai aderito alla UE, etc etc. Quindi?
Ma non si era detto che gli Stati che non aderivano all’Unione Europea erano destinati al fallimento nazionale?
Eppure la vicina Svizzera è situata al cento dell’Unione e non pare sia agonizzante come noi.
Forse è per questo che è stato ordinato ai galoppini della stampa di non parlarne?
Mi sa che ha ragione e lungimiranza Aldo Giannuli quando, il 1° agosto, ha scritto nel suo blog: “La stanca riproposizione del mantra dell’unità politica del continente scansa accuratamente di misurarsi con l’esame clinico obiettivo delle condizioni del progetto. Si tratta di qualcosa di ancora vitale o no? Perché, a sessanta anni dal fallimento del primo progetto di unificazione politica dell’Europa, la Ced (Comunità Europea di Difesa del 1955, ndr), si è sviluppata una crescente integrazione economica e poi monetaria, ma l’unificazione politica si è definitivamente insabbiata? Ci sono stati certamente fattori oggettivi (per tutti: l’irrisolto problema linguistico), ma ci sono stati anche ostacoli soggettivi. Ed allora, chi sono stati (e chi sono tutt’ora) i nemici dell’unione politica europea? Iniziamo dai nemici interni. In primo luogo, ovviamente, i ceti politici nazionali, a parole tutti europeisti ferventi (Inghilterra a parte), ma in concreto preoccupatissimi di perdere potere e ridursi al rango di ceto politico regionale. E al primo posto c’è il governo tedesco, che con questi equilibri fa quello che vuole, ma con un potere centralizzato vedrebbe fatalmente ridursi il suo potere e, soprattutto, a quel punto la moneta sarebbe davvero la moneta dell’Unione e non il marco in uno dei suoi più riusciti travestimenti”.
Nino Caliendo

domenica 28 giugno 2015

Esiste veramente il debito pubblico italiano o è una bufala per fregarci?


ABBIAMO SEMPRE VISSUTO "AL DI SOPRA DELLE NOSTRE POSSIBILITA'"?

Ogni giorno in tv qualcuno ci ripete la solita litania: la colpa della crisi è tutta nostra, perché "abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi"; siamo sempre stati degli "spendaccioni", il Paese degli sprechi, della "casta" e degli sperperi. Insomma siamo stati "cattivi", e quindi adesso è giusto che espiamo le nostre colpe.
Quando qualcuno vi dice questo, sappiate che sta mentendo: l'Italia non è mai stata un Paese "troppo spendaccione" come la propaganda filo-europea vuole farci credere.

Non ci credete? Andiamo a vedere i dati di sintesi del Rendiconto Generale dello Stato dal 2003 al 2011... SOPRESA! Scopriamo che l’Italia, già dai tempi del governo Berlusconi, ha un surplus di bilancio primario. 
 


Cosa vuol dire?
Ricorriamo alla chiara ed esauriente spiegazione di Paolo Barnard (leggibile qui), che ha il merito di esprimersi in termini comprensibili da tutti.
In parole semplici significa che, se si escludono dai conti dello Stato italiano gli interessi che deve pagare sul suo debito pubblico, esso già da tempo incassa ogni anno più di quanto spende. Quindi già da tempo l’Italia ha non solo raggiunto quel pareggio di bilancio che l'Unione Europea vuole imporci, ma addirittura ha un surplus di bilancio: cioè, da anni lo Stato ci sta tassando più di quanto spende per noi, preleva dai nostri conti correnti più denaro di quando ve ne versa, ed è in attivo.
Ma ai cittadini italiani viene raccontato, da TUTTI i media, che abbiamo un deficit di bilancio cronico, cioè che siamo in passivo!
Oltre tutto, essere in attivo non è per nulla una bella cosa: questo significa che da tempo ci tolgono più denaro di quanto ce ne diano in stipendi, servizi, opere pubbliche. I risultati di questo sono evidenti, e sia l’Istat che la Caritas hanno documentato nei dettagli l’impoverimento vertiginoso di milioni di famiglie italiane, fallimenti aziendali a catena e disoccupazione tragica, deflazione economica ecc.
Ma a noi viene raccontato, da TUTTI i media, che la cura di quell’impoverimento scandaloso è…  il pareggio e il surplus di bilancio!
Certo: la cura per l’anemia è l’emorragia.

A CHI DOBBIAMO I SOLDI?

A chi dobbiamo questo denaro? In altre parole, com'è composto il debito pubblico italiano?
Oggi, in seguito alla "cura Monti", tale debito ha sfondato abbondantemente il tetto dei 2.000 miliardi (2.014 per l'esattezza nel dicembre del 2012), che corrispondono a 82.192 euro di debito per ogni famiglia italiana: ma andiamo a vedere come stavano le cose fino a pochi mesi fa (agosto del 2011), quando, ai tempi del deprecato governo Berlusconi, il debito pubblico era di "soli" 1.577 miliardi:
 


Come potete vedere dal grafico sopra, a quell'epoca il grosso del debito era stato contratto soprattutto con banche (d'Italia ed estere, commerciali e finanziarie), ma anche con assicurazioni e investitori stranieri, che avevano aperto conti nel Tesoro con i titoli di Stato. Solo un misero 6% era dovuto ai risparmiatori italiani.
Come afferma infatti Loretta Napoleoni, "non dobbiamo dimenticare che con l'introduzione dell'Euro sparì il rischio di svalutazione della moneta italiana, poiché moneta unica. E dunque ci fu una grossa presenza delle banche straniere in Italia per quanto riguarda la vendita del credito, sia per quanto riguarda il credito agli individui e alle società, ma anche e soprattutto per quanto riguarda la sottoscrizione del debito pubblico. Basti vedere che la presenza delle banche straniere nel debito italiano aumenta progressivamente dal 1999 fino al 2010 e passa da un 30%, fino al 60%. Nel 2012, dunque, il 60% dell'indebitamento italiano era nelle mani delle banche straniere. A quel punto scoppia la crisi del debito sovrano."
Attenzione, però! Che succede a questo punto?
"Succede che queste banche progressivamente riducono la percentuale di debito pubblico dei paesi della periferia che hanno nel loro portafoglio. E oggi le banche tedesche hanno una percentuale del 30% del debito italiano. Chi è che ha comprato questo debito pubblico (perché è chiaro che questo debito pubblico ha continuato a crescere e quindi l'Italia ha continuato a fare delle aste)? Le banche italiane, che sono passate da una percentuale nel 2010 intorno al 30/35% a una percentuale altre il 60%. L'obiettivo non detto è quello di riuscire a fare sì che le banche italiane riescano a sostenere in toto il debito pubblico italiano."
A quale scopo? Semplice: "se l'Italia si troverà al centro di una grave crisi in cui dovrà fare un default, chi pagherà quel default saremo noi."
Questa la situazione a marzo del 2012:


Nel frattempo la situazione è ulteriormente cambiata, ed ora, secondo stime recenti, il nostro "debito pubblico" è posseduto al 70% circa da investitori italiani. E' questo il motivo per cui appare assolutamente sconsigliabile l'ipotesi di "ristrutturazione del debito" caldeggiata da Beppe Grillo, che si tradurrebbe in un danno enorme per i cittadini italiani. L'intera questione è stata chiarita da noi qui.
Comunque stiano le cose, il nostro debito era quasi tutto debito monetario ed era una diretta conseguenza della nostra mancanza di moneta di proprietà (sovranità monetaria), che ci costringe a chiedere il denaro in prestito alle banche ed agli speculatori.
Quello che ci manda in passivo, e crea così il debito pubblico, sono gli interessi che dobbiamo pagare, e questi interessi sono dovuti proprio al fatto che l'Italia non ha più la sovranità monetaria e deve quindi prendere in prestito gli euro sui mercati dei capitali, i quali ovviamente decidono i tassi d’interesse a loro esclusivo vantaggio.
Quindi, per poter pagare gli interessi sul debito pubblico, il governo dovrà aumentare ancor di più il surplus di bilancio che già abbiamo, cioè dovrà tassarci molto di più di quanto già ci tassi oggi. E via così, in una spirale sempre crescente di impoverimento.
Già oggi siamo in una condizione di automatico impoverimento (appunto perché il surplus che già abbiamo significa che lo Stato toglie dai nostri conti correnti più di quanto vi versa), ma da qui in avanti l’automatismo di impoverimento si decuplicherà. E tutto questo solo perché oggi, con l'euro non sovrano, lo Stato non può emettere denaro, ma solo prenderlo in prestito dall’esterno. E per pagare quegli interessi sul debito pubblico il Tesoro è costretto a venire a batter cassa da noi, che di denaro ne abbiamo (e ne avremo) sempre di meno.
Ora pensate a questo: se l’Italia avesse avuto in questi ultimi anni la propria moneta sovrana, avrebbe potuto innanzi tutto evitare di creare un surplus di bilancio primario, e quindi per anni ci avrebbe tassati di meno di quanto spendeva per noi cittadini, e saremmo tutti più ricchi e protetti. E in secondo luogo, oggi se ne infischierebbe del debito e dei suoi interessi, esattamente come se ne infischia il Giappone, che ha un debito doppio del nostro, ma ha lo Yen sovrano.

ITALIANI "BRUTTI, SPORCHI E CATTIVI"?

Ma soprattutto, è vero che il debito pubblico italiano è "insostenibile", o anche questa rappresenta una di quelle menzogne di regime che vengono inculcate quotidianamente nella testa della gente da giornalisti al servizio del potere?
Già il professor Marshall Auerback, esponente di spicco della Modern Money Theory (MMT), aveva messo in guardia il pubblico presente al convegno di Rimini (24-26 febbraio 2012) da quella specie di assurda "sindrome di Stoccolma" che sembra avere colpito il nostro popolo, per cui ci crediamo brutti, sporchi e cattivi in confronto a quel popolo di onesti e indefessi lavoratori che sarebbero i tedeschi: "Negli ultimi due anni vi è stato fatto credere che siete un mucchio di cicale che vivono al di là dei loro mezzi: questo è ciò che i Tedeschi in particolare continuano a dire; e ci sono riusciti comunque, eh! Per cuianche in questo grande e orgoglioso Paese molti ci credono: avete questa idea molto bizzarra, che siete stati cattivi e che pertanto meritate di essere puniti; è una sorta di sindrome di Stoccolma, o forse in questo caso la dovrò chiamare sindrome di Berlino; ma non è vera, e non appena comprenderemo questa cosa, avremo la possibilità di mettere rapidamente in piedi una serie di riforme con cui smetteremo di salvaguardare gli interessi di banchieri corrotti e di tecnocrati completamente separati dalla realtà italiana e di altri Paesi d’Europa."
Ora ascoltiamo dalla viva voce del prof. Alberto Bagnai la verità sullo stato del debito pubblico italiano, ed osserviamo i due grafici da lui proiettati durante la conferenza:
  



Come ben si vede dai due grafici, non solo l'Italia è fra i Paesi il cui debito pubblico è giudicato SOSTENIBILE dagli esperti del settore(primo grafico), ma addirittura l'Italia risulta essere fra i pochissimi (due) Paesi il cui debito pubblico è stato giudicato dalla Commissione Europeasostenibile anche nel lungo periodo (secondo grafico)!
Cosa concluderne?
E' veramente raccapricciante il gioco che si sta giocando sulla pelle di noi italiani, e la cosa più raccapricciante è il fatto che noi stessi ci prestiamo al gioco.

E' ora di svegliarsi da questo strano sortilegio, prima che sia davvero troppo tardi.

Fonti principali:

venerdì 19 giugno 2015

L'immigrazione spiegata da un bimbo in due parole




NON SCAPPO DALLA MIA TERRA PER VENIRE A VIVERE NELLA VOSTRA: SCAPPO 

PERCHE' AVETE TRASFORMATO IL MIO PAESE IN UN INCUBO!



giovedì 26 marzo 2015

Vaticano: fatturato di centinaia di miliardi di euro nel nome di Dio


L'IMMENSO POTERE ECONOMICO-FINANZIARIO DELLA CHIESA CATTOLICA
La Chiesa Cattolica è un'istituzione poderosa. Si stima che i suoi adepti nel mondo siano circa 1.200.000 e che conti su un organico di 200 cardinali, 5.000 vescovi, 410.000 sacerdoti, 55.000 religiosi in genere e 740.000 suore.
Il potere economico e finanziario di questa entità è incalcolabile. Il Vaticano possiede la seconda riserva aurea mondiale dopo quella del tesoro degli Stati Uniti e che i suoi investimenti immobiliari e finanziari, includano partnership coi maggiori gruppi finanziari mondiali (Rotchild, JP Morgan, Credit Suisse ed altri). Solo negli Stati Uniti si calcola che il Vaticano abbia investimenti per il valore di 500 milioni di dollari in azioni di corporazioni come General Motor, General Electric e Gulf Oil. Il suo patrimonio mondiale è fatto di quasi un milione di complessi immobiliari, composto da edifici, fabbricati e terreni di ogni tipo, con un valore che prudenzialmente supera i 2.000 miliardi di euro. Può contare sullo stesso numero di ospedali, università e scuole di un gigante come gli Stati Uniti.
E in Italia? Nessuno è al corrente dell’entità dei fondi pubblici e delle esenzioni di cui, annualmente, beneficia la religione che ne gode incomparabilmente più delle altre, la Chiesa cattolica nelle sue articolazioni (Santa Sede, Cei, ordini e movimenti religiosi, associazionismo, eccetera). Non la rendono nota né la Conferenza Episcopale Italiana, né lo Stato. Ciononostante, abbiamo ritenuto che fosse possibile, con ragionevole approssimazione, cercare di quantificare la cifra. Altri ci hanno provato nel recente passato: Piergiorgio Odifreddi (“Perché non possiamo essere cristiani”, 2007) l’ha stimata in 9 miliardi di euro l’anno, Curzio Maltese (“La questua”, 2008) in 4,5 miliardi, l’Ares (“La casta dei casti”, 2008) in 20 miliardi. Da parte sua, il mondo cattolico fa quasi sempre riferimento alla replica al libro di Maltese, intitolata “La vera questua”, scritta dal giornalista di “Avvenire” Umberto Folena e liberamente scaricabile online, la quale non contiene però alcun totale. Recentemente, nel libro "I costi della Chiesa", l'UAAR ha stimato i costi annui della Chiesa nella cifra di circa 6,5 miliardi, svolgendo un grande lavoro di analisi dettagliata punto per punto. Si tratta della cifra di soldi pubblici che i cittadini italiani pagano di fatto ogni anno ad un ente già ricchissimo.
Bisogna aggiungere poi le proprietà private in mano alla Chiesa: secondo il gruppo Re, che da sempre fornisce consulenze a suore e frati nel mattone, circa il 20% del patrimonio immobiliare in Italia è in mano alla Chiesa. Un dato quasi in linea con una storica inchiesta che Paolo Ojetti pubblicò sull'Europeo nel lontano 1977, dove riuscì per la prima volta a calcolare che un quarto della città di Roma era di proprietà della Chiesa. Un patrimonio immenso che però non si ferma appunto alla sola capitale dove ci sono circa 10 mila testamenti l'anno a favore del clero e dove i soli appartamenti gestiti da Propaganda Fide - finita nel ciclone di alcune indagini per la gestione disinvolta di alcuni appartamenti - valgono 9 miliardi. La Curia vanta possedimenti importanti un po' ovunque in Italia e concentrati, tra l'altro, in gran numero nelle roccaforti bianche del passato come Veneto e Lombardia.

Quindi se oggi il valore del patrimonio immobiliare italiano supera quota 6.400 miliardi di euro - come registrato nel rapporto del 2003 sugli immobili in Italia realizzato dall'Agenzia del Territorio e dal dipartimento delle Finanze - si può stimare prudenzialmente che solo nel nostro Paese il valore in mano alla Chiesa si aggiri perlomeno intorno ai mille miliardi (circa il 15%).

Tutti questi numeri non sono confermati da nessuno dall'interno della Chiesa, perché per molti neanche esiste una stima ufficiosa. Ma da ambienti finanziari interpellati la cifra sembra apparire congrua. Cifra a cui si devono aggiungere, tra l'altro, investimenti e depositi bancari di ogni tipo. Questi sì ancora meno noti.
Al di là del tradimento palese del messaggio evangelico fondato sulla povertà, questo incalcolabile potere sociale ed economico spiega in buona misura l'enorme incidenza che questa entità ha negli "affari terreni" che includono, non solo l'influenza del Vaticano nella rotta delle politiche degli Stati, ma anche la sua influenza reazionaria nelle pratiche culturali, educative e sessuali di milioni di persone.
Fonti: 

martedì 10 febbraio 2015

Non ci credo, ma se Tsipras terrà veramente fede al suo programma...

Se il nuovo governo greco comincerà subito a tenere fede al suo programma elettorale stabilendo il salario minimo a 750 euro mensili, la Germania del governo Merkel-Spd chiuderà la porta ad ogni trattativa sul debito. Infatti con le “riforme” tedesche che han fatto da modello a tutto il continente, i milioni di lavoratori precari impegnati nei minijobs prenderebbero di meno di un lavoratore greco. È vero che ci sono le integrazioni dello stato sociale, ma è altrettanto vero che la coerenza del nuovo governo greco aprirebbe un fronte con una Germania anche sui tagli al welfare. Insomma la coerenza di Tsipras sarebbe insostenibile per una classe dirigente tedesca che da anni impone terribili sacrifici al proprio mondo del lavoro spiegando che gli altri stanno tutti peggio. Gli operai tedeschi, che hanno subìto una delle peggiori compressioni salariali d’Europa, si chiederebbero a che pro, visto che le cicale greche ricominciano a frinire. È per il timore del contagio sociale, della ripresa, magari persino conflittuale, dei salari e della richiesta di welfare che si dirà no alla Grecia e non per la questione debito.
Il debito pubblico della Grecia ruota attorno a 350 miliardi di euro, quello interno alla Ue dovrebbe essere circa attorno ai due terzi di quella cifra. Abbuonarne la metà significherebbe per la Ue rinunciare a poco più di 100 miliardi. È una cifra enormenaturalmente, ma dal 2008 governi europei, Bce e sistema finanziario hanno speso 3000 miliardi per sostenere le banche. E altri 1.000 verranno spesi nel Quantitative Easing, presentato come un sostegno agli Stati che in realtà finanzia ancora gli istituti bancari acquirenti di titoli di Stato. Cosa sono allora 100 miliardi di abbuono del debito ad una Grecia che comunque non potrebbe pagarli, di fronte ai 4.000 miliardi concessi al sistema bancario e finanziario? Niente sul piano delle dimensioni della cifra, tutto sul piano del suo significato. Come dicono accreditate indiscrezioni, una dilazione dei pagamenti più che trentennale sarebbe già stata concessa dalla Troika nel novembre scorso, ma naturalmente in cambio della impegno a continuare le politiche liberiste di questi anni. Il problema dunque è la continuità o la rottura con quelle politiche, e qui “Syriza” e la Troika si scontreranno.
Quello che sta succedendo in Grecia e in Spagna è qualcosa di diverso dalla storia europee delle sinistre. La politica dell’austerità sta portando tutta l’Europa meridionale verso quello che una volta si chiamava terzo mondo. Le prime risposte vere son quindi legate a questa nuova terribile realtà. Le socialdemocrazie si sono immolate sull’altare del rigore e le sinistre comuniste son troppo piccole e divise per contare. Si apre così lo spazio per forze alternative diverse da quelle del passato. In fondo il successo del M5S aveva inizialmente questo segno, anche se sinora a quel movimento è mancata una vera spinta sociale e la sua politica è rimasta ancorata al terreno della cosiddetta lotta per l’onestà. Invece “Syriza” e “Podemos” somigliano sempre di più alle formazioni populiste di sinistra che governano gran parte dell’America Latina e con questa impronta affrontano la crisi europea e il Fiscal Compact, vedremo. Quel che è certo è che le cose stanno cambiando, ma non da noi. Siamo stati facili profeti ad anticipare il salto sul cavallo greco di tutto il mondo politico italiano, oramai campione di trasformismo in Europa.
C’è ovviamente anche un calcolo parassitario non solo elettorale. Se la Grecia ottiene qualcosa, si spera che qualcosa tocchi anche a noi. Così tutti a fare gli Tsipras con le vongole, dimenticando ovviamente la sostanza del programma del nuovo governo greco. Che tradotto in Italiano significherebbe misure immediate come la cancellazione del Jobs Act, della legge Fornero sulle pensioni, del pareggio di bilancio costituzionalizzato. E a seguire la fine delle privatizzazioni, dei tagli alla sanità e alla scuola pubblica, del Patto di Stabilità per gli enti locali. Attenzione, questi non dovrebbero essere gli obiettivi strategici di un governo che promette tanto, ma le azioni dei famosi primi cento giorni. Poi dovrebbe seguire la messa in discussione della politica dei debiti e del debito stesso, che da quando nel 2011 Giorgio Napolitano indicò come vincolo per le politiche diausterità è passato da 1.900 a 2.150 miliardi. Si tratta di rompere con tutte le politiche seguite non solo dalla destra, ma dal centrosinistra in questi anni. Come si fa allora a stare con la Grecia mentre ci si allea con il Pd di Renzi in tutte le regioni più importanti?
Mi fermo qui perché è assolutamente ovvio che, se non si rompe con i partiti dell’austerità, il sostegno alla Grecia non c’è. Anche sul piano sindacale son tutti felici per le elezioni greche. Ricordo però le tante volte che in Cgil si è usata la Grecia come esempio di una resistenza vana. 14 scioperi generali e in quel paese non è cambiato nulla, si diceva quando si lasciavano passare la pensione a 68 anni e le altre riforme di Monti. E in nome della flessibilità, Cgil, Cisl e Uil son arrivate a concordare il lavoro gratuito per migliaia di giovani precari che dovranno far funzionare l’Expo. È quindi inutile usare il marchio greco per coprire politiche e gruppi dirigenti responsabili o complici del nostro disastro sociale. La sola cosa seria che si deve fare in casa nostra per sostenere la Grecia contro la Troika è praticare la stessa rottura. Non son in grado di sapere se Tsipras sarà coerente, ma per aiutare lui ad esserlo bisogna fare in modo che non sia solo “Bella Ciao” l’unico legame utile all’Italia.
Giorgio Cremaschi, “La coerenza di Tsipras e quella nostra”, da “Micromega” del 29 gennaio 2015
Articoli collegati

sabato 7 febbraio 2015

Tsipras è l’ultimo coniglio estratto dal cilindro del venerabile maestro Mario Draghi

Alexis Tsipras ha vinto con largo margine. Si tratta di un risultato ampiamente in linea con le previsioni. D’altronde i partiti tradizionali, a partire da “Nuova Democrazia” al Pasok, hanno negli ultimi anni pianificato e attuato un vero e proprio sterminio in danno del popolo greco; uno sterminio, mascherato da una melliflua retorica sul risanamento dei conti, che ha generato un numero imprecisato di morti, ammalati, suicidi e indigenti. In Grecia, nel cuore della civilissima Europa, è aumentata la mortalità infantile, sono cresciuti i casi di malnutrizione e sono ricomparse malattie da degrado che parevano sconfitte per sempre. Insomma la Troika capitanata da Draghi, Lagarde e Juncker, successore del vile Barroso a capo della Commissione Europea, ha oggettivamente rinverdito nell’Ellade i fasti hitleriani, inseguendo il mito della “soluzione finale” con la stessa fanatica testardaggine che in altre epoche accompagnò la furia sanguinaria dei vari Himmler e Goebbels.
Tra Draghi e Rosenberg, lo riconosco per amore di verità, esiste però una differenza che sarebbe scorretto occultare: pur condividendo entrambi nella sostanza la stessa gnosi feroce ed anti-umana, i metodi utilizzati dai tecno-nazisti moderni sonodecisamente più sottili ed incruenti. In sintesi, tanto i nazisti classici capitanati da Hitler quanto i tecno-nazisti contemporanei guidati da Draghi puntano ad una selezione eugenetica della “razza europea”; ma mentre il primo pensava di dover salvaguardare la purezza germanica a colpi di mitraglia e campi si concentramento, il secondo si limita in maniera darwiniana a rendere impossibili le condizioni esistenziali delle masse popolari, perseguendo il dissimulato scopo di far rimanere in vita solo i ceppi più resistenti, quelli in grado cioè di adeguarsi ad una vita di fame, privazione e stenti. Il tecno-nazismo poi, a differenza del nazismo classico, può trionfare senza formalmente sopprimere i cardini della democrazia liberale: ovvero elezioni periodiche e libertà di espressione.
Il senso di tale dottrina è stato brillantemente cristallizzato tempo fa dallo stesso Draghi, bravo nel formulare limpidamente la teoria del “pilota automatico”, quella che spiega al mondo come e perché la dialettica formalmente democratica in voga nei rispettivi paesi dell’area euro non possa in ogni caso influenzare per nulla il tracciato disegnato nell’ombra dal banchiere centrale e dai suoi relativi fratelli. Per quanto riguarda la libertà di espressione, il militare controllo dei principali mezzi di informazione permette la costruzione in vitro di una realtà apparente che disabilita scientificamente il senso critico della maggior parte dei cittadini. E quand’anche la propaganda martellante dovesse infine risultare insufficiente per favorire l’elezione del burattino di turno gradito al Venerabile Maestro Mario Draghi, sarà sempre possibile corrompere o minacciare gli eventuali outsider riportandoli tosto a più miti consigli.
Qualche esempio? Che fine ha fatto l’Hollande che in campagna elettorale prometteva la fine dell’austerità? Cosa ha fatto Renzi, a parte qualche battuta di cabaret, per invertire l’attuale paradigma economico in voga in Europa? Domande sospese. E, alla luce dei precedenti testé citati, chi vi dice che Tsipras non abbia già formalmente baciato la pantofola dei padroni per godersi finalmente in tranquillità la tanto agognata ascesa al potere? Non vi pare quantomeno strana la dichiarazione con la quale Tsipras certifica di essere un sostenitore del pareggio di bilancio? A parte i cialtroni e gli idioti, tutti sanno come sia impossibile attuare politiche per favorire la crescita e l’occupazione perseguendo sulla strada anti-keynesiana del rigore dei conti. Capiremo presto se Tsipars rappresenti per davvero una opportunità di rinascita per il suo popolo o se, più probabilmente, il suo governo assumerà piuttosto le sembianze di una “merchant bank” indispensabile per arricchire i tanti lanzichenecchi rossi finalmente entrati nelle stanze del potere. In Italia di simili prassi ne sappiamo certamente qualcosa.
Ogni  cambiamento epocale deve essere preceduto da un segno che attesti urbi et orbi e in forme eclatanti la fine del vecchio mondo. Il nazismo classico non è più riemerso perché in molti si ricordano ancora oggi i corpi dei gerarchi nazisti penzolanti sulla forca. Se Tsipras intende davvero dichiarare sconfitto per sempre il tecno-nazismo greco personificato dai vari Samaras e Venizelos, apra fin da subito una discussione all’interno del Parlamento al fine di chiarire la natura, stragista o meno, degli ultimi governi alternatisi al potere. Samaras e Venizelos potranno cioè rispondere liberamente alle domande di una libera e democratica commissione d’inchiesta, chiamata appositamente a verificare l’eventuale dolosa consumazione di ripetuti “crimini contro l’umanità”. Se Tsipras, come credo, non farà nulla di tutto ciò, sarà chiara immediatamente a tutti la natura falsa ed infingarda del giovane pifferaio greco.
Francesco Maria Toscano, “Alexis Tsipras è l’ultimo coniglio estratto dal cilindro del venerabile maestro Mario Draghi?”, dal blog “Il Moralista” del 29 gennaio 2015
Articoli collegati